“Ritorno al futuro”: Renzi, Berlusconi e il Partito della nazione

Renzi stravince le primarie del Pd confermando la propria leadership nel partito nonostante la cocente sconfitta al ‘suo’ Referendum del 4 dicembre scorso, Berlusconi è pronto a rientrare in gioco a pieno titolo, dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di trasferire alla “Grande Camera” – sua massima istanza (composta da 17 giudici) – il ricorso da lui presentato avverso alla legge Severino che lo ha sbattuto fuori dal Senato e sottoposto all’umiliazione dei servizi sociali come un delinquente qualsiasi. Il tessuto affinché l’Italia “ritorni al futuro” è pressoché impostato. Dove l’ordito è la necessità di avere un sistema che regga, un filo portante, la struttura, su cui poi la trama possa dispiegarsi e disegnare il quadro del Paese per almeno i prossimi venti anni. Geniali, raffinati, cialtroni, solipsisti, inaffidabili, goderecci, indifferenti e solidali, civilmente anarchici (per fortuna), gli italiani in fondo hanno bisogno di una ‘mamma’ cui delegare le responsabilità e affidare il loro destino, purché questo non confligga troppo con i propri interessi individuali. Così è tutto pronto per la ricostruzione. Per carità, in modo nuovo, adeguato ai tempi che sono dettati dalla globalizzazione. Il centro riformista si è impossessato nuovamente della scena – vedi i “ricorsi” della storia – proponendosi come unico argine al populismo imperante che fa leva sulle paure della gente nei confronti di un mondo che corre all’impazzata. Un nuovo inizio, come fu dopo la seconda guerra mondiale con un Paese da rifondare  e che nei primi anni sessanta trovò la sintesi tra il moderatismo e il riformismo, tra la Dc e il Psi che diede forma al primo governo di centrosinistra della storia italiana (prima nel 1962 con l’astensione dei socialisti, poi nel 1963 con il loro coinvolgimento organico nel governo voluto da Moro) una formula che si è dispiegata, poi con una serie di varianti nel corso della prima Repubblica consegnando l’Italia al mondo moderno.  L’abbuffata del maggioritario dopo più di un ventennio ha mostrato la corda, pare che il proporzionale sia il sistema elettorale che meglio si addice  al “sentiment” degli italiani e infatti, salvo improbabili cataclismi, sarà questo il rettangolo di gioco su cui si disputerà la prossima partita  per la conquista di Palazzo Chigi. Renzi, liberatosi dall’ultima sacca di resistenza interna della vecchia oligarchia post comunista e avendo saldamente in mano il partito ( domenica l’assemblea nazionale ratificherà inequivocabilmente la sua leadership), è pronto a cavalcare il “modello Macron”  ossia “il leader solitario che si afferma mediaticamente grazie alla disgregazione dei partiti storici” (cit. Stefano Folli, Repubblica) , rivendicandone anzi una primogenitura. Contemplando, nel novero delle possibilità, anche quella di ottenere il 40%  dei consensi di lista tanto da consentirgli di afferrare il premio di maggioranza così come stabilito dalla Consulta. In tutti casi, l’eventualità di dover trattare con il “diavolo”, soprattutto da una posizione di forza, cosa di cui non ha dubbi, non lo scompone, anzi è nell’ordine delle cose. Berlusconi, ovviamente, è pronto a fargli da sponda, d’altronde non ha mai nascosto il proprio apprezzamento per il giovane ex premier ritenendolo il suo “naturale erede”, e in parlamento dopo le elezioni ci si può mettere al tavolo e trattare. Se necessario potrebbe anche immaginare di liquidare, seppur gradualmente, Forza Italia, il “partito di plastica” come con supponenza è stato sempre definito dalla vulgata mediatica, riversando senza traumi i consensi personali nel nuovo soggetto politico: quel Partito della Nazione che spaventa i più, ma a cui pare non ci sia alternativa.  “Renzi con la nostra storia ci azzecca poco – ha commentato un anziano militante della mitica sezione della Bolognina dove fu sancita l’eutanasia del Pci, intervistato al seggio delle primarie  da Repubblica – Ma è l’uomo che ci vuole adesso, nell’Italia di adesso. Poi si vedrà, i segretari passano, i partiti restano”. E’ saggezza popolare, bisogna inchinarsi.

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Pd, primarie farsa: Renzi, Berlusconi e i libri di storia

Primarie farsa che servono ad aggiungere confusione alla confusione del quadro politico italiano mentre il Paese annaspa nel tentativo di restare a galla. Si conosce il vincitore, Matteo Renzi, cui manca solo il sigillo dei gazebo, che poi dicono “sono le primarie vere”, ma si continua a traccheggiare, sancendo implicitamente che la liturgia finora svolta con protagonisti i militanti, non è stato altro che un meccanismo per la conta interna tra correnti in funzione della composizione delle liste elettorali di là da venire. Insomma, una dimostrazione plastica che la semplificazione, la sburocratizzazione dei processi decisionali è molto più facile predicarla che praticarla. Non siamo un paese serio. Se questo è il partito che si spaccia per la massima espressione della democrazia partecipata oggi in Italia, figuriamoci il resto. C’è da impazzire, eppure sta scritto tutto, affinché non ci siano dubbi, nello statuto dell’organizzazione. La prima fase, quella cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, relativa alla consultazione della base iscritta, è servita a sancire quali saranno i candidati ammessi (serve almeno il 5% dei consensi su scala nazionale) a partecipare alle primarie per designare il capo del partito e il candidato premier alle prossime elezioni politiche. Fatto salvo, ovviamente, la distribuzione del numero di delegati delle varie mozioni eletti nell’assemblea nazionale (già ampiamente a favore del segretario uscente con quasi il 70% ), l’unica in grado di eleggere il segretario nell’eventualità che alle primarie generali nessuno degli aspiranti abbia raggiunto la maggioranza del 50%. La seconda fase, come si diceva, è quella decisiva. Chi prende più voti diventa il dominus, non ce n’è per nessuno, è la logica della leadership, anche i più riottosi devono rassegnarsi a questa idea. Dunque, chi vince il 30 aprile, data stabilita per il voto popolare che conta, comanda. Per gli sconfitti, in base alle percentuali di consenso ottenuti, saranno riservati premi di consolazione corrispondenti a posti sicuri in parlamento per i propri fedelissimi. Alla faccia della battaglia sui capilista bloccati che sta scuotendo il partito in queste ultime settimane. Quel che inquieta, ahinoi, in questa storia, è che tutto sia già scritto e che il Paese da almeno quattro mesi sia fermo sul dibattito politico riguardante i tormenti interni al Pd, senza che i suoi competitor, compresi i 5 Stelle, riescano ad elaborare un’alternativa credibile allo  strabordante potere attrattivo dell’ex premier. Tempo perso, mentre il mondo corre in fretta. Una guerra inutile. Renzi le primarie le vincerà a man bassa, non c’è alcun dubbio, dopodiché avrà a disposizione il pallino del gioco, soprattutto se si sarà espressa al voto almeno una parte di quella maggioranza silenziosa di cittadini che tutti ignorano e che rappresenta la sostanza del 40% che lo ha sostenuto al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Potrà far cadere il governo quando vorrà (noi siamo tra quelli convinti che sarà la prima opzione sul tavolo del post-primarie), potrà mettere mano all’organizzazione del partito stabilendo a suo piacimento uomini e strategie sul territorio, potrà, infine, dialogare in libertà con il suo vero “nemico/amico” Berlusconi. Il quale non aspetta altro per sistemare le questioni riguardanti il suo impero finanziario e farsi finalmente  padre nobile di un Paese proiettato nella post-modernità entrando definitivamente,di prepotenza, nei libri di storia. Amen!

Il Pd, Renzi, D’Alema e la scissione auspicabile

Avvilente, veramente avvilente il dibattito che si sta svolgendo in questi giorni nel Pd, con un unico esito finale: l’ennesima scissione. Inevitabile. E auspicabile, a questo punto, per chiarire una volta per tutte, che non c’è altra strada che ‘spurgare’ dal partito i residui di un mondo archiviato dalla storia. Così come la sua classe dirigente che ha dato una pessima prova di sé e pretende ancora di dettare legge in nome di una ‘socialismo’ fuori luogo mentre è impegnata in una tenace, feroce volontà di conservare autoreferenzialità, poltrone, visibilità e autostima. Il pretesto per la loro ennesima battaglia perdente, perché fondamentalmente di retroguardia, è questa volta Matteo Renzi, come in passato lo sono stati Craxi, Occhetto, Prodi , Berlusconi; sì, anche il Cavaliere a suo modo. I signori del “ben altro”, con a capo l’inossidabile D’Alema – più deciso che mai a fargliela pagare  all’odioso guascone toscano che gli aveva promesso e poi disatteso un posto di commissario europeo – e rinfrancati dalla vittoria al referendum del 4 dicembre, hanno cominciato a sparare ad alzo zero. Baffino, tanto per dire, si è inventato, nel tempo della post-verità, un “non partito”, un movimento (“ConSenso”) che pronto all’occorrenza potrà essere utilizzato per partecipare autonomamente alle elezioni. Ovviamente a ‘sinistra’ del rinnegato Pd renziano. Un luogo in verità già molto affollato. Ci sono quelli di Sinistra italiana anche loro prossimi, guarda un po’, ad una scissione; c’è l’ex sindaco di Milano Pisapia, impegnato a mettere insieme quel che è rimasto del popolo arancione e non mancano i Verdi, in varie sfumature, come gli Arcobaleno, un po’ di società civile composta da una stanca borghesia urbana illuminata e infine i visionari giacobini alla Civati, Emiliano, De Luca, De Magistris. Non c’è che dire, una bella compagnia di giro che ha un solo grande problema, quello cioè della reale consistenza all’atto dell’apertura delle urne. Tutti insieme, a livello nazionale, stando ai sondaggi, valgono tra i 3 e il 5%, risultato buono forse per entrare in parlamento, ma da dividere tra parecchi pretendenti senza che nessuno sia sicuro di come andrà a finire. Renzi, ultimo erede della Dc e prodotto “del fallimento di D’Alema e Bersani, dalla loro incapacità di essere davvero gruppo egemone”, come ha sentenziato un grande vecchio del Pci, il 93enne Emanuele Macaluso in una recente intervista alla ‘Stampa’, lascia fare, mostra sicumera, anzi spera che la scissione “abbia luogo finalmente”. La cosiddetta sinistra: ideologica, opportunista, inconcludente, retaggio del secolo passato, incapace di connettersi ai nuovi paradigmi della globalità, tolga il disturbo e vada per la sua strada verso l’abisso. Libero, senza più remore, di poter stringere accordi anche col ‘diavolo’ pur di riformare un Paese forse irriformabile. Ma questo è un altro discorso.

Referendum, rottamazione a prescindere

La battaglia tra il Sì e il No alla riforma della seconda parte della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal parlamento dopo un iter durato due anni e ben sei votazioni tra entrambe le Camere, ha assunto le forme dello scontro finale tra modernità e conservazione, un impatto fatale dopo il quale nulla sarà più come prima. Rottamazione a prescindere. E’ nelle cose. Il variegato mondo del No, da questo punto di vista, si è andato a cacciare in un “cul de sac” , anche se dovesse spuntarla alle urne. Non c’è dubbio infatti, tra gli schieramenti in campo, su chi rappresenti la modernità e chi invece la conservazione. E’ il premier in tutta evidenza, se non altro perché si è fatto promotore di una riforma tanto controversa quanto necessaria ad opinione di tutti (anche di chi l’avversa) e che promette di cambiare nel profondo il modo stesso degli italiani di stare insieme, a proporsi come il nuovo che avanza. Per intenderci: il mantra della velocità, della semplificazione nei rapporti tra cittadini e istituzioni “per mettere il Paese  al passo con i tempi della società globalizzata”. Sull’altro fronte, invece, tutti insieme a difendere lo “status quo” con la promessa di migliorie in un prossimo futuro. Vecchie cariatidi della politica, populisti di varia specie, corporazioni, baronie professionali e indefessi cultori della “più bella Costituzione del mondo”. A scorrere i nomi vengono i brividi. D’ Alema, Dini, De Mita, La Malfa, Bersani, Cirino Pomicino, Schifani, Brunetta, Salvini, Calderoli, Fitto, un poco convinto Berlusconi, Onida, Zagrebelschy e, insieme a loro, fior di costituzionalisti e magistrati costretti a dover riscrivere, in caso di sconfitta, i propri trattati di diritto su cui si sono formate  generazioni di quadri dirigenti dello Stato, non avendone più le forze per età o condizione d’inerzia della posizione sociale acquisita. Insomma, comunque la si vede, un dispiegamento di bocche di fuoco veramente imponente ed autorevole, in predicato di strappare la vittoria finale. La quale, se dovesse arrivare, non produrrebbe altro – oltre alla soddisfazione di aver dato una lezione storica all’impertinente fiorentino che siede a Palazzo Chigi –  che la loro fine per consunzione. Si troverebbero nella imbarazzante condizione, come ha fatto notare Mauro Calise qualche giorno fa sulle pagine del ‘Mattino’, di avere rinforzato l’avversario il quale, anche se perdente, si troverà a raccogliere non meno del 40-45%  di consenso personale. A fronte di una formazione composita di soggetti che, pur se maggioranza, non avrebbe margini di manovra prigioniera di un’alleanza impossibile e senza prospettive. In pratica, rottamati loro malgrado. Sarà Renzi, ancora più che mai unica alternativa al caos e all’indeterminatezza misurabile dalle tasche sempre più vuote degli italiani, a decidere le modalità della ‘purga’. Se vince non ci sarà storia, è prevedibile una feroce asfaltata sull’ultimo quarto di secolo di classe dirigente politico-amministrativa  espressa dal Paese. Se perde resterà ugualmente al timone con il plauso anche dei suoi nemici, convinti di aver conquistato del tempo per organizzarsi in una opposizione credibile, ma pronti ad essere cucinati a fuoco lento dalla propaganda dell’odiato leader, costantemente impegnata (almeno fino alle successive elezioni) a puntare il dito su chi gioca allo sfascio e impedisce la svolta. Questo è quanto. A meno che qualcuno non creda seriamente di affidarsi alle cure dei 5 Stelle e del loro capocomico.

Vincere al primo turno è possibile, DeMa ci crede: ecco perchè

E’ un imperativo categorico, quasi una necessità, vincere al primo turno delle amministrative. De Magistris ci crede, dopo aver saggiato la scarsa consistenza dei suoi avversari principali, vale a dire il Pd e l’ex presidente dell’Unione industriali di Napoli Gianni Lettieri. Sarebbe meglio però evitare altre due settimane di campagna elettorale per affrontare un ballottaggio che di per sé è sempre motivo di ansia perché non si può mai sapere come va a finire (si sa come sono le cose della politica), fatto sta che ci sono tutte le condizioni per potere centrare il risultato al primo colpo. Una legittimazione importante, soprattutto per la sua futura  carriera politica che vede senza dubbio in chiave nazionale. L’arancione che non sbiadisce, ma che anzi tende al rosso e si fa riferimento del diffuso mondo del radicalismo nostrano, anti-governativo a prescindere, salottiero e festaiolo e, per quanto riguarda Napoli, della variegata cittadinanza anarchica ad ogni livello di ceto sociale che la popola. Riconfermarsi sindaco sarebbe il massimo. Ad agevolargli il compito, come dicevamo, le manifeste debolezze dei suoi competitor. Il Partito democratico, dopo una ruvida campagna per le primarie ha mostrato, con la controversa affermazione di Valeria Valente su Antonio Bassolino, la definitiva conclamazione della frammentazione correntizia e l’assoluta inadeguatezza dell’apparato dirigente ad affrontare la contesa. Alla fine è apparso chiaro a tutti, dopo la sfilata di ministri, sottosegretari, massimi vertici dell’organizzazione che l’hanno affiancata nel corso di tutta la corsa al voto, l’insolita attenzione del governo per la Campania con provvedimenti importanti e di forte impatto mediatico, o in ultimo l’ennesima discesa a Napoli del capo del Governo al comizio finale prima del silenzio elettorale, che Valente, nel caso di una improbabile vittoria, più che il sindaco sarebbe destinata a ricoprire al massimo (per essere buoni) il ruolo di amministratore delegato del governo nazionale in città. Insomma, sotto tutela. E di chi se non del governatore della Campania Vincenzo De Luca? Il quale, nell’eventualità, risulterebbe il vero trionfatore della partita, avendo conquistato il partito e fatto fuori Antonio Bassolino, suo storico antagonista. Il piano comunque sembra difficile possa funzionare, ai napoletani si sa piace avere gli interlocutori istituzionali a portata di mano, dover sperare che da Roma arrivino ordini e prebende non è una prospettiva che entusiasma i più, tuttavia questa è l’unica carta che i democrat hanno potuto spendere dovendosi muovere sulle macerie del partito locale. L’altro candidato, Gianni Lettieri, “l’imprenditore scugnizzo” come ama definirsi, pur avendo profuso una barca di quattrini (tutta roba sua per carità) a sostegno della propria candidatura si è ritrovato a fare i conti con un centrodestra litigioso e diviso, poco propenso a sostenerlo e una pletora di liste civiche dalle improbabili performance elettorali. Poco gradito nei salotti buoni della città, ha cercato il contatto con il popolo minuto, ha girato come un forsennato tra i quartieri cittadini, nei mercatini rionali, ‘lazzaro tra i lazzari’, nel tentativo di farsi capopopolo. Ci ha messo grinta e passione, una mano ha provato a dargliela anche Berlusconi schierando FI e Mara Carfagna con lui spalla a spalla nel rush finale della campagna elettorale. Si è convinto di potere arrivare al ballottaggio e a quel punto conquistare i voti in uscita del Pd (così come la Valente i suoi nel caso fosse lei ad arrivare seconda), proposito vagheggiato apertamente in alcune dichiarazioni fatte nelle scorse settimane. E non è escluso che qualche ammiccamento possa esserci se dovesse capitare di arrivare al secondo turno. Entrambi però non fanno i conti con l’astensionismo, previsto molto alto oltre il 40%, che gioca a favore tutto del sindaco uscente, soprattutto in caso di supplementari  – dove il numero di chi non si ripresenta ai seggi cresce fisiologicamente – e con la mancanza di certezze circa il fatto che i votanti del Pd, come quelli di FI e delle civiche di Lettieri, siano dati per acquisiti a prescindere, venendo meno anche la spinta delle municipalità dove chi ha vinto e chi ha perso è stabilito subito senza possibilità d’appello. Ci sono poi i Cinque Stelle i quali, accontentatisi di aver messo piede, come probabilmente accadrà, in consiglio comunale rappresenteranno una riserva di voti più propensi ad accasarsi con DeMa che con chiunque altro. Benvenuti, dunque, nella Repubblica popolare partenopea, la storia si ripete. Speriamo solo che non vada a finire male, come l’altra volta.

Renzi e Berlusconi, le ‘mani’ su Marchini

Per il Pd a Roma è dura. Ne è consapevole il premier. Sa che è difficile in poco tempo, circa setto-otto mesi, recuperare il patrimonio di credibilità e fiducia dilapidato dal partito in poco più di due anni di giunta a guida Ignazio Marino, il suo uomo. Pertanto è meglio cambiare spartito. Matteo Renzi è talmente convinto che sia questa la strada da seguire per tornare ad essere competitivi alle prossime amministrative tanto da rinunciare alla “incombenza” di dovere “per forza” tirare fuori lui un coniglio dal cilindro. Una ‘mission impossible’ allo stato dell’arte, meglio dunque immaginare un altro percorso. “Puntiamo su Marchini” sembra che abbia detto ai suoi più stretti collaboratori e per quanto riguarda le primarie, chieste a gran voce dalla minoranza interna e non solo, “facciamole , ma senza entusiasmo” ha raccomandato. Vale a dire: candidati di basso profilo e scarsa partecipazione, evitando di metterci la faccia facendo emergere mediaticamente se non il fastidio, almeno un certo distacco. Insomma “investiamo il meno possibile nella kermesse e concentriamoci sul nostro vero obiettivo” che è far vincere un candidato “a noi vicino che ci consenta di non perdere, contenere l’assalto dei grillini e continuare a tenere nell’angolo il centrodestra”. Il quale , nella fattispecie Silvio Berlusconi, sta cercando di fare la stessa operazione. “Marchini – ha spiegato l’ex Cavaliere che nei giorni scorsi lo ha anche incontrato a Palazzo Grazioli – ha quel profilo misto che ne fa un personaggio moderno, un conservatore nei valori ideali e insieme un innovatore politico”. Immancabile dunque il confronto tra i due su chi riuscirà a mettere il cappello sulla iniziativa dell’imprenditore romano lanciato alla conquista del Campidoglio. Lui per il momento, potendo permetterselo, fa lo ‘scontroso’ respingendo qualsiasi avance dell’uno o l’altro, pur sapendo che per vincere davvero avrà bisogno di ‘accomodarsi’ con uno dei due. Staremo a vedere come andrà a finire anche se è evidente che a trovarsi un una posizione di forza a questo punto, a parte i 5Stelle che fanno storia a se, è proprio il rampollo della “dinastia rossa” dei Marchini che pone come condizione per una intesa il poter fare di testa sua. Berlusconi e Renzi per quanto li riguarda sarebbero pure d’accordo, ma per entrambi purtroppo fanno gioco le rispettive ‘zavorre’. Il primo deve fare i conti con la Lega di Salvini e soprattutto con quelli di Fratelli d’Italia che con la loro leader, Giorgia Meloni voglio tornare a guidare la capitale dopo i disastri di Alemanno, il secondo, invece,  battagliare con la sinistra del partito e le fameliche aspettative degli alleati di coalizione. Per ora, in sostanza, una situazione di stallo che favorisce Grillo, Casaleggio e il loro Movimento, ideale insomma se solo non avessero paura di vincere come ogni volta che gliene capita l’occasione. Governare Parma, Livorno e qualche altro piccolo Comune non è certo la stessa cosa, con tutto il rispetto, che farlo in una città come Roma, Napoli o Milano: “che Dio ce ne scansi e liberi”.

La messinscena: Verdini lascia FI, Berlusconi pronto a seguirlo, mentre Renzi prepara il partito della nazione

Il 2018 è ancora lontano. Tre anni per costruirsi un futuro. In tutti i sensi. L’orizzonte temporale entro cui acquartierarsi per farsi trovare pronti alle prossime elezioni politiche che rappresenteranno, probabilmente, lo spartiacque tra la seconda e terza Repubblica nel segno del “renzismo”. Una progressione storica perfettamente intuita dal Cavaliere e dai suoi più ‘scafati’ amici, tanto da orchestrare, attraverso una sofisticata macchina mediatica, un’operazione di accostamento all’orbita del “partito della nazione” che ha in mente Matteo Renzi. Berlusconi ha capito che è definitivamente tramontata la sua stagione politica e cerca una via di uscita il più indolore possibile per salvare la faccia, ma soprattutto il suo impero finanziario. I magistrati continuano a martellarlo, il partito si è ormai frantumato, gli è chiaro che con Salvini è tempo perso e che, soprattutto, non c’è alcuna speranza che venga modificato l’Italicum – anche una sua creatura – che ha dovuto rinnegare. In pratica, la resa. Intanto, Denis Verdini, uno dei suoi più lucidi ‘consigliori’ insieme a Gianni Letta e Fedele Confalonieri , regista del patto del Nazareno, ha continuato ad avere rapporti con il premier e il suo più stretto entourage e quando ha potuto non ha fatto mancare il proprio appoggio, anche se solo in via informale, al governo. Gli è servito per accreditarsi e, contestualmente al progressivo affrancamento da Forza Italia, preparare il terreno per il successivo step, ossia il coinvolgimento diretto dell’ex presidente del consiglio e quel che è rimasto delle sue truppe nel grande contenitore vagheggiato dal segretario del Partito democratico. Dove non ci sarà ombra di comunisti e si potrà ragionare tra persone “responsabili” nell’interesse del paese. Verdini, dunque è andato, ha mollato pubblicamente il presidente e ha annunciato a breve la costituzione di un gruppo autonomo al Senato, pronto a sopperire alle intemperanze della sinistra dura e pura del Pd, intenzionata a dare battaglia su qualsiasi riforma presentata dal suo concittadino capo del governo. Insomma, niente male come inizio. Una “stampella” che Renzi, a parte le ovvie cautele e i finti imbarazzi del caso, non disdegna e conta di utilizzare per disinnescare il dissenso interno e correre spedito verso l’obiettivo prefissato di essere la sola alternativa, nel 2018 appunto, a se stesso. Berlusconi, nel frattempo, si sta adoperando a smontare il ‘giocattolo’, il rompete le righe è chiaro ai più anche se continua a tenere tutti sulla corda. Dice e non dice, fa trapelare di essere incuriosito dalle mosse del premier per la riuscita della costruzione del partito della nazione, così come sulla “reale capacità di tagliare le tasse agli italiani, casa compresa”, nel contempo mostra il ghigno feroce. Aspetta. Adesso ci sono le vacanze, il parlamento si ferma, la politica svuota Roma della sua presenza, ci sarà tempo per riprendere fiato e rituffarsi nell’agone alla ripresa settembrina con nuovo vigore. E magari con qualche idea ‘brillante’ per proseguire la messinscena.