Renzi e il governo del partito in periferia, via libera a Bassolino sindaco

I giochi sono pressoché fatti. Dopo De Luca governatore, sconfitta incassata con sano pragmatismo e senza battere ciglio, manca solo Bassolino sindaco di Napoli per chiudere il cerchio. Matteo Renzi è convinto di aver trovato la chiave per ‘governare’ la polveriera Campania senza rimetterci autorevolezza e imporre un asset definitivo al suo turbolento partito. Un primo passo di apertura verso le realtà locali dove  il suo appeal stenta ad attecchire e dove funzionano dinamiche para politiche che condizionano pesantemente la propria leadership. Ha capito, in sostanza, che deve lasciar fare, non impicciarsi nelle tensioni tra capi e  capetti che si contendono una quota parte di territorio da utilizzare in seguito come scalpo per contrattare spazi di potere. E’ tempo perso, insomma, e vale in tutt’Italia. In questo quadro il caso Napoli può fare da apripista ad una strategia più ampia che riguarda dunque tutte le regioni in cui il Pd governa (ben 17 su 20), un prodromo di quel “partito federato” vagheggiato da autorevoli esponenti dell’intellighentia d’area, unica possibilità di tenerlo insieme. Così è pronto a dare il suo assenso al ritorno in campo di Antonio Bassolino, il controverso ex governatore della Regione Campania, ma indimenticato primo cittadino della capitale del Mezzogiorno. Quello del “Rinascimento napoletano”, consegnato già ai libri di storia e che ha oscurato per anni il grande lavoro svolto proprio da De Luca nella sua Salerno nello stesso periodo, che è stato elemento di grande frustrazione per l’attuale Presidente della Campania. I due, è notorio, non si sono mai amati, anzi. Entrambi ingraiani e vicini al mondo sindacale hanno vissuto una carriera politica parallela, una di dimensione più marcatamente provinciale (De Luca), l’altra al centro dell’attenzione mediatica e di respiro nazionale (Bassolino). La storia, si sa, riserva però spesso delle sorprese e può capitare che si ribaltino le certezze, o consuetudini acquisite, per cui adesso è l’ex sindaco di Salerno a sedere sulla poltrona più alta di Palazzo Santa Lucia mentre il suo competitor è alla ricerca dell’occasione buona, dopo aver risolto positivamente tutte o quasi le proprie pendenze giudiziarie, per ritornare in campo alla grande. Prudente com’è e da scafato politico per il momento continua ad affermare, sempre meno convinto, di non esser interessato a un ritorno alla guida di Palazzo San Giacomo e quindi alla politica che conta, intanto non perde occasione di rimarcare, via social network o attraverso interviste mirate di giornalisti perlopiù a corto di idee, il suo pensiero sull’amministrazione cittadina, quella regionale e su qualsiasi argomento dello scibile umano dove il suo contributo di riflessione sia richiesto. Non è ancora chiaro se saranno le primarie ad incoronarlo sfidante di De Magistris e Lettieri (per il momento gli unici candidati ufficiali alla conquista della fascia tricolore della città), oppure sarà il partito a proporlo, ipotesi remota. In tutti i casi il premier non ne ostacolerà le mosse. Avere un contraltare a De Luca, personaggio per niente inquadrabile e domabile, una sponda autorevole a capo della terza metropoli d’Italia, non risulterebbe cosa da poco visto la possibilità di giocare da terzista e in questo modo allargare gli spazi di mediazione e consenso che gli servono per consolidare la sua leadership anche in periferia. Certo una situazione del genere contribuirebbe a rompere l’isolamento della città dal contesto politico nazionale cui l’ha relegata la scellerata stagione ‘arancione’ di De Magistris, restituendole il ruolo che merita al centro dell’azione del governo centrale. Non serve altro allora, a questo punto, che scoprire le carte da parte di tutti i protagonisti della vicenda, resta solo da stabilire chi lo debba fare per primo. Be’, sicuro non può essere De Luca, il quale non ha alcun interesse a dividere la ‘torta’ con il suo ‘nemico’ storico, benché quest’ultimo sia stato sponsor a Napoli della sua elezione; né tantomeno il segretario il cui ruolo è quello al massimo di tenere unito il ‘pollaio’. Spetta, dunque, a “don Antonio” decidere quando lanciare l’affondo. Per il momento ci sono circa 2500 persone su Facebook riunite in un gruppo a chiederne apertamente la candidatura. Fedelissimi, non c’è dubbio, ma i “Like” aumentano di giorno in giorno e ci sarà pure un motivo. O no?

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NON SPARATE SUL PIANISTA: DE MAGISTRIS NON DIMETTERTI!

“De Magistris condannato, si deve dimettere”. E’ l’appello che arriva da più parti in queste ore dopo l’annuncio della sentenza a suo carico a proposito dell’inchiesta “Why not” da lui condotta ai tempi di quando era pm. Un’inchiesta che terremotò la politica italiana nel 2008 e che gli consentì di spiccare il volo, l’anno successivo, verso il parlamento europeo con un plebiscito di voti (è bene ricordare) consegnandolo definitivamente alla politica. Insomma, lì dove l’avventura che lo ha portato a Palazzo San Giacomo è cominciata, lì probabilmente troverà la fine, inchiodato dal suo maldestro modo di fare il magistrato e, ancora peggio, l’amministratore pubblico; la dimostrazione, affermano in coro i suoi denigratori, della propria endemica inadeguatezza ad essere utile alla collettività….

 

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Renzi, l’ultimo schiaffo al Pd: Prodi al Quirinale

A trasformare l’inequivocabile vittoria elettorale in un trionfo del “nuovo verso” servirà a Renzi solo districare il nodo Quirinale. L’ultima ‘parete’ da scalare e che la travolgente affermazione alle europee ha reso a questo punto poco più di una passeggiata. Con il consenso dell’interessato. Napolitano, infatti, non ha mai nascosto la sua volontà di dimettersi non appena le condizioni politico-economiche del Paese lo avessero permesso. Vale a dire: un governo stabile e il percorso delle riforme ampiamente avviato. Il momento sembra arrivato con l’ex sindaco di Firenze che marcia come un treno e che ha ricevuto anche l’ampio mandato popolare che ancora mancava, necessario a tenere sotto scacco amici e nemici, per imprimere l’ultima decisiva accelerazione. Sicuramente il tema è entrato, da domenica scorsa, nell’agenda sia del Capo dello Stato che in quella del presidente del Consiglio, probabilmente in autunno l’addio di “Re Giorgio” con i ringraziamenti di tutti e l’ingresso sicuro da protagonista nei futuri libri di storia. Al suo posto il premier non dovrebbe avere dubbi nel proporre agli alleati di governo e all’opposizione, in primis i Cinque stelle, i quali difficilmente potrebbero sostenere un argomentato diniego, il nome di Romano Prodi. Una mossa che servirebbe anche ad assestare l’ultimo ceffone a quanti nel partito impallinarono brutalmente il professore nella sua ascesa al Colle nel 2013 e che tentano di resistere, pur se sempre più fiaccamente,  al ciclone rottamatorio impresso dalla sua azione. Senza contare il contributo di idee e di prestigio internazionale potrebbe fornire alla battaglia che il capo di Palazzo Chigi è intenzionato a condurre in Europa e che vede proprio Prodi tra i più convinti assertori di un’azione di contrasto all’austerità e all’eccessivo rigore imposto dai paesi del nord capeggiati dalla Germania di Angela Merkel. Insomma, pare ricominci a fare capolino la politica dopo almeno un ventennio di anti-politica, di cui Berlusconi e la sua ultima mutazione, Grillo sono stati e sono gli epigoni. C’è qualcuno che per spiegare il fenomeno Renzi ha tirato fuori addirittura, forse anche per stendere un ombra sinistra sull’incontestabile presa del suo messaggio sull’opinione pubblica, il paragone con la vecchia Democrazia Cristiana. Il “partito mamma” , il frullatore politico e punto di equilibrio della società italiana per oltre cinquant’anni. Mai stimmate migliore, nel caso, poteva essergli affibbiata, tuttavia il confronto non regge. La Dc era un partito con diffusi centri di potere e una fitta rete di mediazioni sociali, qui ci troviamo di fronte, invece, alla presenza di una leadership carismatica, o almeno è questo il format volutamente rappresentato dal premier. Vedremo se sarà capace di costruire intorno a se un personale politico all’altezza della sfida che è quella di modernizzare il Paese. Farlo uscire dal pantano in cui si è andato a cacciare costringendolo all’immobilità rispetto a un mondo che corre sempre più veloce. Non serve un uomo solo al comando, benché gli italiani siano inclini ha lasciarsi incantare dal pifferaio magico di turno pur di non assumersi alcuna responsabilità e coltivare ognuno il proprio piccolo interesse personale, ma competenze, coraggio, determinazione e capacità di gestione dei conflitti. Più politica, appunto.

Il sindaco “parapaccheri”, Lettieri e la politica senza alternative

Alla variegata ‘fauna’ degli amministratori che hanno guidato Napoli nel corso della sua storia, mancava ancora quella del sindaco “parapaccheri” . La lacuna è stata colmata con l’ascesa a Palazzo san Giacomo di Luigi De Magistris, la cui irruzione sulla scena, inaspettata quanto parecchio fortunosa, fu salutata come il primo atto di una rivoluzione politico-culturale capace di proiettare la città nel novero delle principali capitali europee e mondiali. Mai promessa fu tanto avventata, visti i risultati. Ed è la ragione basilare che ha trasformato il ‘supereroe’ nel catalizzatore di ceffoni quale “unico responsabile” dei guai sempre più drammatici che affliggono la metropoli partenopea. La città langue nell’immobilismo? E giù schiaffi dalla società civile che lo addita come epigono del livello di prearcaica civiltà intrisa di anarchismo indolente, della comunità partenopea. Le defaillance di gestione amministrativa e di programmazione? Rifiuti, dissesto dei conti, Bagnoli, Napoli est, Centro storico, traffico, trasporti, welfare, lavoro, sicurezza, pressione fiscale, San Carlo, Forum delle culture, un lungo elenco di dolenze seguito da un’altrettanta intensa scarica di sberle. Provenienti da tutto l’iridescente mondo della politica locale. A partire dalla sua maggioranza, composta per la gran parte da ‘miracolati’ finiti in consiglio comunale con una manciata di voti i quali, alla prima occasione, non hanno esitato a mollarlo. Poi il sindacato e, soprattutto, le due diverse opposizioni, una di centrosinistra, l’altra di centrodestra, entrambe impegnate con particolare accanimento a confezionare raffiche di colpi sempre più duri pur di nascondere le proprie reciproche debolezze. Sempre più frastornato il primo cittadino tiene botta e rilancia anche se ormai non gli crede più nessuno. Così come nessuno, in realtà, almeno tra i soggetti istituzionali delegati a tal proposito, è in grado di esprimere un’alternativa. Senza punti di riferimento la politica si è frantumata in piccole e bellicose consorterie. Nel Pd, protagonista indiscusso della gauche locale, neanche la travolgente ascesa del renzismo è riuscita a mettere pace tra le bande che si disputano il partito. ‘Naturale’ referente nel Pantheon del sindaco, i dem hanno sdegnosamente rimandato al mittente i tentativi di approccio che questi ha esercitato nei loro confronti, nel tentativo di uscire dall’angolo in cui si è andato a cacciare in questi tre anni di consiliatura. L’altra opposizione, quella rappresentata da ciò che resta del Pdl, non brilla a sua volta per propositività e, manco a dirlo, coesione interna. Il suo capo, o presunto tale, nell’Aula di Via Verdi, Gianni Lettieri si è distinto finora per il livore nei confronti di De Magistris, da cui è stato sconfitto alle urne, restando sostanzialmente estraneo alle dinamiche e agli interessi del proprio schieramento. Una battaglia personale fine a se stessa, senza costrutto, che ha finito per svilire ancora di più l’azione del centrodestra nell’Assise cittadina. Così, in attesa di capire come andrà a finire la parabola del berlusconismo in riva al golfo, ci si prepara ai possibili scenari che si potranno venire a configurare e che determineranno anche la scelta del candidato alla poltrona di sindaco per il prossimo giro. Che potrebbe essere già domani. Per De Magistris e la sua giunta incombe l’incubo del dissesto, pericolo per niente scongiurato, nonostante l’aiutino della deroga per mettere a posto i conti fornito dal governo Renzi non appena insediato. Insomma, potrebbe succedere che venga costretto a lasciare prima della scadenza del mandato determinando l’apertura immediata di una campagna elettorale dagli esiti imprevisti. In tutti i casi, l’ex presidente dell’Unione industriali di Napoli, non sembra della partita. Con il celebrato ritorno della politica, la fine della tecnocrazia e degli unti dal Signore, di un imprenditore che si mette al servizio del bene comune nessuno sente più bisogno. La sfida presumibilmente vedrà coinvolti nomi che usciranno fuori dal gioco delle appartenenze e delle visioni di potere interne ai due principali partiti, Pd e Forza Italia. Entrambi, tuttavia, hanno bisogno di tempo per rimettere in linea di galleggiamento i rispettivi navigli. Per il momento, dunque, non ci sono altre soluzioni che tenersi il sindaco arancione, meglio che resti al suo posto e paghi per tutti l’incombente default della città. E per noi, intristiti spettatori della catastrofe, tra promesse e schiaffoni, non resta che sperare di salire indenni sulla prossima giostra.

Pd: il segretario “testa di legno”, De Luca alla conquista della leadership e De Magistris in attesa di un po’ di attenzione

Il candidato sconfitto alle primarie barricato da tre giorni in diretta streaming nella sede del partito a Salerno per protesta contro i presunti brogli che lo avrebbero penalizzato, il neo segretario regionale che aspetta ordini dai suoi padrini per la composizione della segreteria e fa saltare la conferenza stampa pochi minuti prima di andare in scena, il sindaco che aspetta fiducioso sperando che dal bailamme qualcuno del Pd si decida a dargli ascolto e avvii con lui la rinascita della città martoriata. Più che un “cabaret”, come ha definito la situazione il sindaco sceriffo, Vincenzo De Luca che dell’argomento se ne intende visto come ha condotto la partita del doppio incarico di primo cittadino di Salerno e di vice ministro senza deleghe dei Trasporti, sembra il set di un “film di paura” di serie B. Un incubo grottesco dove a farne le spese è la collettività, costretta ad assistere alla rappresentazione subendone inerme le conseguenze aspettando che prima o poi passi la nottata. Per il momento a Napoli dell’onda del cambiamento, cavalcata dal leader dei Democratici Matteo Renzi, è arrivata solo un’evanescente schiuma evaporata ben presto nelle solite conserterie di “micro-notabili”, come li chiama Mauro Calise, che ne hanno depotenziato gli effetti. L’unico risultato, anzi, è l’avere accresciuto la conflittualità interna e una sorta di immobile caos in attesa della prossima campagna elettorale per tornare nuovamente a contarsi. Le amministrative di primavera e più ancora il rinnovo del consiglio regionale dell’anno dopo nel 2015 partono con i peggiori auspici per il partito del ‘rottamatore’ che si accinge a guidare il Paese. Assodato che Guglielmo Vaccaro sbaraccherà al più presto il suo personale ‘Occupy Pd’, resta la responsabilità di avere affidato il timone della nave ad una “testa di legno”, come i più maliziosi definiscono la neo eletta Assunta Tartaglione, che fa l’avvocato di professione e a tempo perso la parlamentare, la quale suo malgrado si troverà a ratificare scelte e decisioni assunte da qualche altra parte accompagnate dalla solita copiosa scia di sangue al seguito. De Magistris, alla ricerca disperata di un partito con cui fare sponda per una sua eventuale riproposizione a Palazzo San Giacomo, con l’avvento di Renzi aveva intravisto una insperata possibilità di agganciare il riluttante Pd locale. Ma in questa situazione le sue aspettative sono destinate a rimanere lettera morta. Almeno per ora. Deve aspettare che prenda corpo, semmai ci riesce, la leadership del suo collega salernitano. De Luca sta lavorando per questo e l’impasse post primarie, a sentire chi è addentro alle cose democratiche, molto è dovuta alla sua ostinazione ad avere l’ultima parola. Bassolino non c’è più, è venuto finalmente il suo momento sempreché, è inteso, non finisca come nel 2010.

Renzi, Bassolino, De Luca e le primarie ‘pezzotto’

Il Pd napoletano, ancora senza capocomico, all’ultimo atto della commedia che va in scena dalle primarie di gennaio 2011. Renzo o non Renzi sembra che per il partito, nella città sullo stesso parallelo di New York, il tempo si sia fermato inesorabile a tre anni fa, quando stesse facce, stessi capibastone e un vuoto irrimediabile di leadership diedero vita ad una delle pagine più buie della storia della sinistra partenopea. Primarie annullate, senza mai più tra l’altro la restituzione del contributo in euro versato dai votanti, carte in Procura e  elezioni amministrative perse con infamia a favore dell’ultimo avventuriero sbarcato in riva al golfo, questa volta con la bandana arancione tra i capelli e il piglio dello sfasciacarrozze. Come se nulla fosse, alla prima occasione, è ricominciata la bagarre, perché di questo si tratta, il termine guerra sarebbe troppo nobilitante per una lotta tra micro conserterie  addirittura di quartiere, che si disputano i posti nelle liste collegate ai tre candidati alla segreteria regionale per altre primarie ‘pezzottate’ di cui già si conosce il vincitore. O meglio la vincitrice, Assunta Tartaglione, designata dai renziani della “prima e della seconda ora” che in entrambi i casi sono poi  gli stessi che una volta erano bersaniani, franceschiniani, bindiani, veltroniani e ‘vattelapesca’. Il ricorso ingenuamente presentato dal più giovane dei tre aspiranti segretari, Michele Grimaldi, contro le irregolarità nella consegna delle liste da parte degli altri due concorrenti, il lettiano Guglielmo Vaccaro e quella del ‘correntone’, appunto la Tartaglione, è stato respinto senza troppi complimenti. Al Nazareno in questo momento, evidentemente, hanno cose più importanti cui pensare che stare appresso alle faide in terra borbonica. Una partita ancora più cruenta si sta giocando in queste ore nella Capitale tra il premier Letta e il neo segretario “rottamatore”(sic) Renzi che vuole prendere il suo posto. “A Napoli si arrangino come sono abituati a fare da sempre” è il segnale che è arrivato dalla direzione nazionale, giusto quello che volevano sentirsi dire i dem autoctoni. Così domenica prossima si vota per dar luogo all’ennesima conta alla conquista di posizionamenti strategici in vista delle prossime elezioni regionali che incoroneranno, anche questo sembra sia già scritto nel programma del sindaco rottamatore che aspira a Palazzo Chigi, il primo cittadino di Salerno e viceministro senza deleghe ai Trasporti, Vincenzo De Luca  a sfidante di Stefano Caldoro alla presidenza della Regione Campania. Dovrebbe essere lui, almeno nelle intenzioni sue e dei suoi ‘aficionados’, il nuovo leader del centrosinistra capace di colmare il vuoto lasciato da Antonio Bassolino dopo il siluramento avviato nel 2008 e non ancora concluso. Una parabola politica che il partito non è riuscito finora a stroncare definitivamente e di cui ancora sconta i riflessi politici, come i fatti di questi ultimi anni stanno ampiamente a confermare. Ci riuscirà, dopo anni di inutili tentativi, lo ‘sceriffo’ di Salerno? Di sicuro è la sua ultima occasione, dopodiché dovrà passare la mano. Già, ma a chi?

Renzi, Berlusconi e la Dc 2.0

Viaggia come un treno, non lo ferma più nessuno. Renzi corre, ha conquistato la scena e costringe tutti a stargli dietro, non senza affanno. A nulla sono valsi finora i tentativi di imbrigliarlo, trappole e lusinghe, non ultima quella di entrare subito a Palazzo Chigi, schivate con maestria e sprezzo del pericolo, riemergendo ogni volta più forte di prima. L’accelerazione operata sulla questione della nuova legge elettorale, ancor più del resto del pacchetto delle riforme proposte, è stata la chiave per prosciugare la palude di pastoie e di ormai logore liturgie della politica italiana. E, comunque andrà a finire, è destinato ad uscirne da trionfatore. Il primo a capirlo e riconoscerlo è stato proprio Berlusconi, l’odiato-amato incubo della sinistra del Belpaese degli ultimi trent’anni. Il Cavaliere, oramai rassegnato ad un’uscita di scena quanto più indolore  possibile, ha approfittato della mano tesa del segretario Pd a sedersi al tavolo delle riforme da interlocutore privilegiato e si è subito messo a disposizione. Potersi appuntare una medaglia al petto a futura memoria gli è sembrato, prima ancora che un atto politico di rilevante importanza, anche una sorta di cortesia dovuta ad un “padre nobile” della Repubblica quale lui sente di essere. Ha pure realizzato che, dopo lo sdoganamento arrivato dagli avversari e dal Quirinale via Renzi, i magistrati non molleranno la presa finché non si farà da parte. L’apertura del processo Ruby-ter è arrivato come una mazzata a ricordargli che ha ancora troppi conti aperti con la Giustizia e che non è il caso di gongolare sugli allori di una presunta ritrovata centralità politica-istituzionale. “E’ un pregiudicato”, e tale resta. Altro che statista. Comunque sia, Mediaset e Mediolanum volano in Borsa, che è la cosa in fondo che più gli sta a cuore. Per il resto “ci penserà Matteo”, il sindaco è la sua ultima scommessa. Sarà lui a far tramontare senza clamorosi sconquassi la propria stella, il suo “vero erede”. Dunque, “forza Renzi”. Il quale ha ribadito a tutti, questa volta con il sostegno di Napolitano che, o si fa la legge nuova, oppure si va a votare con quella imposta dalla Consulta. Un proporzionale puro da prima Repubblica che non dispiacerebbe a molti, da Grillo a Berlusconi, ai piccoli partiti e all’interno dello stesso Pd. Un po’ meno, forse, a gran parte dei cittadini. Ma tant’è. In tale eventualità il segretario sarebbe l’unico a trarne vantaggio, al fine della sua ascesa al potere, potendo fare perno sulla evidenza dell’impedimento ricevuto dalla vecchia oligarchia politica a dare vita al processo riformatore messo in campo. Per lui significherebbe chiudere i conti con la minoranza interna post-comunista del suo partito e gestire da leader incontrastato la selezione per la composizione delle liste elettorali a prescindere dalla pantomima delle primarie. Oltre ad apparire agli occhi soprattutto dell’elettorato moderato e astensionista, dopo la “purga delle ultime scorie bolsceviche” , come il nuovo cavallo su cui puntare, l’ultima speranza. Agli italiani d’altronde non è mai mancata la propensione alla fascinazione per “l’uomo della provvidenza” cui delegare la responsabilità del proprio destino. Dunque, capo di un rinnovato partito Stato, il “partito mamma”. Di tutti gli italiani. Insomma, la cara, vecchia Dc, ma 2.0 per l’avvio della terza Repubblica. E chest’ è.