“Ritorno al futuro”: Renzi, Berlusconi e il Partito della nazione

Renzi stravince le primarie del Pd confermando la propria leadership nel partito nonostante la cocente sconfitta al ‘suo’ Referendum del 4 dicembre scorso, Berlusconi è pronto a rientrare in gioco a pieno titolo, dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di trasferire alla “Grande Camera” – sua massima istanza (composta da 17 giudici) – il ricorso da lui presentato avverso alla legge Severino che lo ha sbattuto fuori dal Senato e sottoposto all’umiliazione dei servizi sociali come un delinquente qualsiasi. Il tessuto affinché l’Italia “ritorni al futuro” è pressoché impostato. Dove l’ordito è la necessità di avere un sistema che regga, un filo portante, la struttura, su cui poi la trama possa dispiegarsi e disegnare il quadro del Paese per almeno i prossimi venti anni. Geniali, raffinati, cialtroni, solipsisti, inaffidabili, goderecci, indifferenti e solidali, civilmente anarchici (per fortuna), gli italiani in fondo hanno bisogno di una ‘mamma’ cui delegare le responsabilità e affidare il loro destino, purché questo non confligga troppo con i propri interessi individuali. Così è tutto pronto per la ricostruzione. Per carità, in modo nuovo, adeguato ai tempi che sono dettati dalla globalizzazione. Il centro riformista si è impossessato nuovamente della scena – vedi i “ricorsi” della storia – proponendosi come unico argine al populismo imperante che fa leva sulle paure della gente nei confronti di un mondo che corre all’impazzata. Un nuovo inizio, come fu dopo la seconda guerra mondiale con un Paese da rifondare  e che nei primi anni sessanta trovò la sintesi tra il moderatismo e il riformismo, tra la Dc e il Psi che diede forma al primo governo di centrosinistra della storia italiana (prima nel 1962 con l’astensione dei socialisti, poi nel 1963 con il loro coinvolgimento organico nel governo voluto da Moro) una formula che si è dispiegata, poi con una serie di varianti nel corso della prima Repubblica consegnando l’Italia al mondo moderno.  L’abbuffata del maggioritario dopo più di un ventennio ha mostrato la corda, pare che il proporzionale sia il sistema elettorale che meglio si addice  al “sentiment” degli italiani e infatti, salvo improbabili cataclismi, sarà questo il rettangolo di gioco su cui si disputerà la prossima partita  per la conquista di Palazzo Chigi. Renzi, liberatosi dall’ultima sacca di resistenza interna della vecchia oligarchia post comunista e avendo saldamente in mano il partito ( domenica l’assemblea nazionale ratificherà inequivocabilmente la sua leadership), è pronto a cavalcare il “modello Macron”  ossia “il leader solitario che si afferma mediaticamente grazie alla disgregazione dei partiti storici” (cit. Stefano Folli, Repubblica) , rivendicandone anzi una primogenitura. Contemplando, nel novero delle possibilità, anche quella di ottenere il 40%  dei consensi di lista tanto da consentirgli di afferrare il premio di maggioranza così come stabilito dalla Consulta. In tutti casi, l’eventualità di dover trattare con il “diavolo”, soprattutto da una posizione di forza, cosa di cui non ha dubbi, non lo scompone, anzi è nell’ordine delle cose. Berlusconi, ovviamente, è pronto a fargli da sponda, d’altronde non ha mai nascosto il proprio apprezzamento per il giovane ex premier ritenendolo il suo “naturale erede”, e in parlamento dopo le elezioni ci si può mettere al tavolo e trattare. Se necessario potrebbe anche immaginare di liquidare, seppur gradualmente, Forza Italia, il “partito di plastica” come con supponenza è stato sempre definito dalla vulgata mediatica, riversando senza traumi i consensi personali nel nuovo soggetto politico: quel Partito della Nazione che spaventa i più, ma a cui pare non ci sia alternativa.  “Renzi con la nostra storia ci azzecca poco – ha commentato un anziano militante della mitica sezione della Bolognina dove fu sancita l’eutanasia del Pci, intervistato al seggio delle primarie  da Repubblica – Ma è l’uomo che ci vuole adesso, nell’Italia di adesso. Poi si vedrà, i segretari passano, i partiti restano”. E’ saggezza popolare, bisogna inchinarsi.

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Il popolo dei “senza voce”, elogio della maggioranza silenziosa

Per oltre sessant’anni in Italia, a partire dal dopoguerra e fino agli ultimi giorni della prima Repubblica, ad ogni elezione politica l’indistinto ‘popolo’ democristiano usciva dal ‘sonno’ e si materializzava alle urne facendo vincere la Dc. Nonostante, puntualmente, i sondaggi dell’epoca le attribuivano una sconfitta sicura. Quasi nessuno del campione intervistato, in sostanza, dichiarava il suo gradimento per il grande partitone, anzi, le rimostranze parevano indicare sempre un imminente cambio dell’orientamento politico del Paese. Eppure, ogni volta, a scrutinio ultimato il primo partito era sempre lo stesso. Erano incapaci gli statistici, oppure esisteva, così come ai nostri giorni, una variabile imponderabile tanto da sfuggire a qualsiasi studio analitico delle tendenze elettorali? Ebbene sì, esiste. E’ la “maggioranza silenziosa” che sempre determina gli esiti del voto ed è poco propensa a rispondere ai sondaggisti, si guarda intorno in cerca di certezze e tranquillità detestando l’avventura. In gran parte si tratta di ceto medio conservatore o popolino comune, principalmente stanziale fuori dalle grandi città, convintamente favorevole all’ordine, alla sicurezza e alla proprietà privata, concetti fondanti delle società capitalistiche occidentali. Sono loro in linea di massima che, pur non facendo sentire la propria voce, determinano le sorti di un governo, di una leadership e degli assetti politici dello Stato in cui vivono. E’ storia. Eppure, questa enorme fascia di cittadini, continua ad essere un fantasma per la maggior parte delle forze politiche che si contendono la guida dei governi nazionali.  Tutti ad inseguire con parole d’ordine standardizzate gli umori del popolo più arrabbiato, delle espressioni più radicali di disagio sociale, al fine di una ipotetica conquista del potere senza uno straccio di programma che non sia il risentimento verso le élite, o più genericamente i “padroni del mondo”. Inevitabile, poi che capitino le sorprese. La “maggioranza silenziosa” esce allo scoperto, si materializza inaspettata e determina gli esiti di partite politiche che si davano per scontate. E a vincere è sempre, o almeno lo è stato finora, la cosiddetta moderazione. Anche quando non si è recata alle urne, un fenomeno costantemente in crescita in quasi tutti i paesi europei, Italia in testa. Il 4 dicembre, tanto per restare a casa nostra, ha dimostrato nella maniera più limpida la forza del variegato mondo dei ‘senza voce’ che hanno fatto blocco mandando un messaggio esplicito all’allora premier Renzi, vale a dire: qui non si tocca niente se prima non è definito cosa ci aspetta per il futuro visto che si continua a far fatica ad arrivare a fine mese, la disoccupazione soprattutto giovanile galoppa e non sembra esserci alle viste la famosa “luce in fondo al tunnell”. Insomma, meglio il sicuro per l’incerto. Un classico del moderatismo di tutto il globo. Si attendono narrazioni finalmente nuove in grado di suscitare entusiasmo, fiducia, voglia di schierarsi. Non è chiaro se a Matteo Renzi sia servita la lezione, certo essersi rassegnato a far proseguire la legislatura affidata al mite (?!) Gentiloni, è un segnale di ravvedimento. Aver capito di dover mettere mano al partito, prima riconquistandolo, poi riorganizzandolo intorno alla sua rinnovata leadership significa credere di potere offrire un riferimento certo a un popolo per definizione senza casa che chiede fatti e poche chiacchiere. La sfida, dunque, per sconfiggere i vari populismi è trovare la formula che metta insieme le esigenze degli elettori moderati, quelli del riformismo liberale sia di sinistra che di destra, finalmente guardando oltre il novecento. In Francia Macron sembra abbia trovato il bandolo della matassa –  certo, stando a quel che indicano i famigerati sondaggi – mollando il partito socialista, di cui era una giovane promessa, intestandosi la battaglia di normalizzazione nei confronti di una globalizzazione sempre più famelica e feroce mettendosi al servizio dei cittadini e non di una ideologia . Saprà fare lo stesso il giovane ‘fenomeno’ di Rignano? Il mondo corre, se ne è capace, meglio che faccia in fretta.

Pd, Bassolino e il ruggito del vecchio leone

Ha deciso di restare nel Pd e dare battaglia fino al suo “ultimo filo di voce” ricompattare intorno a se il cittadino comune, il popolo dei mercatini rionali e dei padri di famiglia che stentano ad arrivare a fine mese, della vecchia base operaia di cui è stato sempre punto di riferimento, degli intellettuali ritiratisi a vita privata, oltre quella parte numerosa della migliore borghesia napoletana che è rimasta finora ad assistere impotente alla deriva paranoica e plebiscitaria di un sindaco “guascone” e inconcludente che sta precipitando la città verso l’abisso. Antonio Bassolino è tornato più determinato che mai ad occupare lo spazio politico lasciato vuoto dall’inconsistenza del suo partito, frammentato in micro correnti specchio viziato delle divisioni interne nazionali, restando renziano “critico”, proponendosi testa di ponte a sinistra (ciò che serve al giovane uomo di Rignano nella sua corsa alle primarie del 30 aprile) non solo a livello locale e creando un suo personale network di lavoro (Carlo Porcaro sul Mattino l’ha battezzato come nuova corrente)  che fa capo alla Fondazione Sudd di cui è presidente. Mai momento fu più propizio per lanciarsi nella bagarre e giocarsi le proprie carte da protagonista del ‘tavolo’ e non da comprimario come hanno tentato di ridurlo trascurandone la tenacia. Tutto torna, ed è difficile da contraddire. Aveva previsto già nel 2011 la deriva cui stava consegnandosi il partito a Napoli, quando, inascoltato, sottolineò  il pericolo di primarie indette per disputarsi le spoglie del suo quasi ventennale sistema di potere, proponendo un accordo bonario su un “papa nero”  che, se pur destinato a perdere, avrebbe almeno tenuto botta arrivando a disputare il ballottaggio. Non fu preso in considerazione, complici anche le vicissitudini giudiziarie da cui è uscito poi immacolato, e finì come tutti sanno: la città in mano ad un folle “proto borbonico-giacobino” che sta procurando più danni di quanti quel 60% di napoletani che si sono astenuti dal voto nelle ultime due consultazioni amministrative potevano mai immaginare. Aveva avvertito, pazienza. D’altronde da Roma non è stato mai fatto mistero di voler fare a meno del suo contributo fino a coalizzare tutte le consorterie locali interne contro la sua candidatura alle ultime primarie perse, poi per una manciata di voti e un lungo strascico di polemiche e carte bollate.  Il risultato? Un disastro. Partito fantasma, Napoli in preda alla più totale anarchia e nessuno che sembri avere le stimmate per porvi rimedio. Tranne che affidarsi nuovamente a lui, il sindaco del “Rinascimento napoletano”, così come ancora adesso nel mondo ( e non è un’esagerazione) è ricordato. Una opportunità per Renzi, impegnato in una difficile dimostrazione di forza della sua leadership, di dare seguito a quel “noi” propugnato al Lingotto facendo fede sul sostegno di personalità politiche affidabili, esperte e dall’assoluto carisma . E Bassolino è uno di questi per buona pace dei suoi detrattori. Lo ha dimostrato proprio nel corso della campagna elettorale per le primarie e nella successiva fase di metabolizzazione della mortificante sconfitta, dove quotidianamente sui social e su tutti i media pronti a riportarne ogni sospiro, ha pungolato, criticato e dettato la linea, benché  avversata con i risultati che sappiamo. Il vecchio leone ruggisce, impossibile non prestargli attenzione. Sarebbe fatale.

Indagine Consip, tutto già deciso: Renzi out, Italia salva!

E’ tutto un brutto film già visto, segno che il Paese non riesce proprio ad uscire fuori dal suo incubo, paralizzato dalla paura del cambiamento. Il ‘grumo’ di potere insediatosi ai vertici dello Stato con a capo Renzi e votato alla rottamazione del passato, non ha retto alla controriforma delle piccole e grandi consorterie politiche, economiche, delle professioni, della burocrazia, del mondo della rappresentanza istituzionale e, infine, della magistratura le quali hanno sferrato un attacco a tutto campo dagli esiti nefasti se l’offensiva dovesse andare a buon fine. Per Renzi è proprio un brutto momento, sta scontando a caro prezzo gli effetti degli errori nei tre anni in cui la sua leadership ha raggiunto l’apice. Soprattutto l’incapacità di mediazione, forse voluta, ma che ha prodotto un brillante isolamento quando poi si è arrivati al dunque: la sopravvivenza sua, o quella di tutti gli altri della giostra. Il duro colpo del referendum perso in malo modo, anche attribuendo a se stesso ottimisticamente il 40% dei favorevoli alla riforma, è stato il primo avvertimento, cui ha provato a reagire con il colpo di teatro delle dimissioni lampo da capo del governo. In realtà una mossa che i suoi avversari hanno saputo sfruttare a proprio favore, prendendo tempo e ponendo in discussione l’esistenza stessa del partito di cui è segretario. Scissione inevitabile, come era nell’ordine delle cose, e sommovimenti interni alla maggioranza con i capi corrente decisi a ridiscutere assetti dell’organizzazione e addirittura la stessa leadership. Che sembra avere ancora in pugno, ma che comincia a mostrare qualche crepa, quando, per arrivare a questi giorni,piomba sulla scena quella che ha tutta l’aria di essere un Armageddon per l’ex premier. L’immancabile indagine di una procura che, senza tirarlo in ballo direttamente, agita le manette tra il suo più stretto entourage, in particolare puntando al fedelissimo Luca Lotti, attuale ministro dello Sport con importanti deleghe e, addirittura il padre, Tiziano, tratteggiato dalle cronache dei giornali come un “intrallazziere” senza scrupoli, irresponsabile al punto da farsi responsabile principale della disgraziata fine della carriera politica del figlio. Ben presto gli accertamenti dei magistrati sono usciti sottoforma di indiscrezioni, ma questa non è una novità,  così come presto sono diventati argomenti dirimenti, dimentichi di altri problemi più urgenti, per i palazzi della politica, delle redazioni di giornali, Tg e Talk show televisivi. Da tutte le parti richieste di chiarimento, minacce di sfiducia al Ministro, mentre il segreto istruttorio può andarsi a fare benedire e un eventuale processo è pressoché inutile da celebrare per quelli cui non è stato ancora formulato nessun addebito e accusa specifica. L’obiettivo è chiaro: “Renzi non poteva non sapere”. Il cerchio si chiude. L’Italia, così come l’abbiamo sempre conosciuta è salva. Fino al prossimo giro.

 

Il delirio visionario del sindaco e ‘l’ombra’ del fratello marpione

Comune pieno di debiti, la città agonizzante sempre più sprofondata nei suoi drammatici problemi e lui gioca a fare il poeta visionario, il comunicatore di sogni, senza che nessuno sia in grado di farlo rinsavire. Un vero delirio il post di qualche giorno fa sul suo profilo Facebook , nel quale si intrattiene presumiamo di notte con un robusto bicchiere di cognac tra le mani (ammesso che gli piaccia; e questo sarebbe un titolo a suo onore), a proposito di Napoli e del suo futuro. Vale la pena di riportarlo integralmente: “ Napoli va conosciuta, amata. Venite a Napoli, tornate a Napoli. Visitatela, vivetela. Napoli, oggi, ha voglia di essere capitale. Aiutiamoci tutti. Napoli res publica, agorà, polis. Napoli cuore del mediterraneo. Città di mare, oltre ogni confine. Superamento di proprietà, verso la comunione. Napoli inferno e paradiso. Quindi vita, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Napoli avere ed essere, amore ed odio. Passione contro indifferenza. Napoli assetata di giustizia, con profonda voglia di riscatto. Orgoglio partenopeo. Immergetevi nelle strade e raccontate. Cogliete il profondo volto umano della Città. Napoli oggi vive, non sopravvive. La potenza vulcanica vince contro rassegnazione e lamento. Percepisco la forza di Napoli. Avanti tutta, senza sosta, nella costruzione della comunità popolare napoletana”.  Niente da dire, belle parole, chiacchiere da salotto, una cascata di luoghi comuni capace di affascinare un ristretto numero di gagà della borghesia partenopea poco avvezza a confrontarsi con i disagi di una città dagli eterni cantieri aperti, strade dissestate, trasporti da terzo mondo, illegalità diffuse e chi più ne ha ne metta, tanto da essere sprofondata agli ultimi posti nelle classifiche di vivibilità e qualità della vita delle metropoli occidentali. Quello del sindaco è in sostanza il solito refrain – anche se in versione 2.0 – di sole, mare, pizza e mandolino. Certo, con una spruzzata di vecchio spirito ‘comunardo’ che non guasta mai, giusto per coinvolgere nel suo furore rivoluzionario frotte di giovani studenti anti-sistema, pseudo artisti in cerca di spazi e visibilità, centri sociali, comitati civici e outsider di ogni specie e provenienza. Con l’impegno, al culmine di una crisi di isteria narcisistica, a fare di Napoli il “paradiso in terra” per l’umanità tutta.  Un vaneggiamento che, come dicevamo, nessuno sembra in grado di fermare, neanche il fratello Claudio, la vera ‘mente’ della famiglia. E’ lui il vero dominus del fenomeno De Magistris destinato, nelle intenzioni, a proporsi come dinastia vicereale del Vesuvio, di Partenope, della Campania e di tutto il Mezzogiorno tuttora sotto occupazione del “Piemonte invasore”. Il Richelieu che lucidamente sta pianificando il futuro suo e del fratello, cominciando con l’intestarsi il ruolo di segretario politico (in attesa di una investitura ufficiale di là da venire) di ‘Dema’ il movimento a loro nome che si propone di conquistare uno spazio di rappresentanza nazionale a sinistra della sinistra del Pd e ancora oltre. Per il momento, in attesa della verifica alle urne, l’obiettivo minimo, sembra di capire, è quello di puntare a Palazzo Santa Lucia con Giggino e il prosieguo dell’esperienza a San Giacomo con lui al posto del ‘germano’. Emblematica in tal senso la dichiarazione affidata, forse improvvidamente senza l’ok di Claudio, alle agenzie da parte del primo cittadino in occasione della presentazione del partito: “La volontà  è quella di fare il sindaco a tempo pieno fino al 2021. Ci stiamo organizzando per un movimento nuovo rispetto ai partiti e al Movimento 5 Stelle, che finora ha deluso le aspettative; vogliamo andare oltre la città di Napoli e proporci anche alla guida della Regione Campania. Non sarò io il candidato ma in politica mai dire mai”. Appunto, mai dire mai. Una promessa, o forse una minaccia. Nel dubbio, meglio organizzarsi a resistere.

Al voto, al voto! La ‘prima’ di Mattarella, Renzi e il Pd da ri-strutturare

Bisogna attendere almeno fino a domenica (al massimo lunedì) per la fine del primo atto della vecchia commedia italica che va in scena ad ogni crisi di governo che si rispetti, cioè quella che porta con sé la fine di un ciclo politico e l’inizio di un altro. Elezioni e ripartenza, se va bene, poi la routine di una governabilità sempre appesa ad un filo. Come quella che si sta andando a prefigurare in questi giorni. Domenica, dicevamo, il Presidente renderà note le sue osservazioni e le indicazioni scaturite dalle consultazioni con i partiti. Per Mattarella è una prima volta da brividi. E’ lui a dovere fare sintesi di una situazione politica ingarbugliata, senza prospettive e indicare una soluzione che non sia il voto anticipato, almeno nell’immediato. Di cui, a parole, tutti dicono di sentire come esigenza primaria, ma che intanto resta nel labile mondo del novero delle ipotesi. Nel frattempo, di sicuro, c’è una gran voglia in giro – tranne i 5S che pure erano stati i primi a proporlo – del caro, vecchio, rassicurante sistema elettorale proporzionale. Qualcuno, al massimo della ‘spregiudicatezza’, si è spinto a chiedere una piccola correzione con premio di maggioranza. Ma tant’è. Tutto questo bailamme, alla fine, non è altro che il modo migliore per prendere tempo e preparare la vera partita che può iniziare solo con un quadro politico ricomposto (il ricorso al proporzionale servirà a questo), dove siano chiare le quote di consenso di ognuno e il radicamento nel tessuto sociale e culturale del Paese. Insomma, si possono fare le elezioni a breve, oppure ad ottobre (che farebbe la felicità di molti parlamentari che avrebbero così maturato il ricco vitalizio) politicamente non un termine lontano, darsi un governo e metterlo in crisi dopo qualche mese perché frutto di compromessi e veti incrociati. Sì, niente di nuovo, già visto, null’altro che la consueta instabilità fisiologica cui sembra condannato il nostro Paese. Ma un passaggio ineluttabile, ahinoi, nella speranza che Renzi (chi scrive non sente di annoverarsi tra i suoi fans, giusto per chiarie) “l’unico vero leader oggi in circolazione in Italia” (Berlusconi docet), abbia intanto imparato la lezione e riprenda il cammino della rottamazione facendo tesoro dell’esperienza acquisita in questi anni  di governo e dalle sconfitte patite, la più pesante delle quali al referendum appena celebrato. L’Italia è un paese complesso, non si può governare senza una rete ‘nervosa’ di uomini e idee diffusa sul territorio. Il primo problema che avrà da risolvere, dunque, il capo del Pd sarà quello di ri-strutturare, una volta per tutte, il partito. Mettere mano alla sua organizzazione, non più come comitato elettorale, ma colonna vertebrale di una idea di Paese in grado di riconciliarsi con i suoi cittadini recependone  gli umori profondi. Va affrontata, senza ulteriori infingimenti e in via definitiva, la frattura  che appare sempre più insanabile tra riformisti e padroni della “ditta”, irrimediabilmente conservatori di una “sinistra” logora e impegnata nella difesa di poltrone e rendite di posizione. Azzeramento  delle tessere in larga parte pilotate dai ras locali, congresso e poi primarie aperte, questo il percorso netto da intraprendere nell’immediato, sempreché Renzi abbia voglia di andare fino in fondo nel proposito originario del “cambiare verso”. E senza più derogare, questa volta, all’invio di commissari nelle federazioni territoriali – il famoso “lanciafiamme” promesso all’alba della batosta subita alle amministrative e mai usato – dove si sono consumate le peggiori perfomance del partito, Napoli e Campania in primis. Un anno e mezzo di tempo, più o meno, per chiudere il cerchio. Poi, ancora elezioni, non prima però di avere imposto una nuova legge elettorale che dia a chi vince le chiavi del Palazzo. Chi vivrà vedrà.

Ps : Ovviamente quello che avete avuto la pazienza di leggere finora è solo un’opinione, o meglio, un auspicio. Ci piacerebbe, per farla breve, vedere finalmente uno spettacolo diverso, una nuova commedia.

Primarie Pd, molta noia e poche idee: tutti contro Bassolino. E Renzi lascia fare

Primarie Pd all’insegna della noia. Programmi zero, scontri verbali, velenose stilettate tra i candidati, manco a dirlo, solo scarna routine. Nemmeno il tutti contro tutti che pure avrebbe movimentato l’appuntamento elettorale regalandogli un po’ di brio. Niente. L’unico tema a tenere banco, scontato come la morte, il tutti contro Bassolino. Che all’ex governatore, detto tra di noi, non ha potuto che fare gioco: è stato lui, paradossalmente, nel modo di proporsi e negli argomenti, a rappresentare il “nuovo che avanza”. E non certo per colpa sua. E’ storia vecchia che un manipolo di notabili locali brighino per condizionare il voto al loro ‘misero’ tornaconto personale, conducendo una campagna elettorale priva di contenuti e tesa al consolidamento della propria rete relazionale. Una partita dove, l’interesse di Napoli e dei napoletani, hanno avuto meno importanza a fronte dell’accreditamento alla corte del nuovo “Principe” che sta a Palazzo Chigi. La città, evidentemente, ha bisogno di ben altro. Servizi che funzionino, burocrazia efficiente, sicurezza, occasioni di lavoro, moderno welfare, valorizzazione delle risorse umane e del patrimonio storico culturale del comprensorio metropolitano. Insomma, un’idea di sviluppo che non sia vuota retorica. Purtroppo finora, e siamo ormai a tre giorni dell’apertura dei ‘seggi’, niente di tutto questo. Solo piatta politica politicante, anzi, di politica nemmeno l’ombra. Vedremo domenica come andrà a finire. Saranno le urne organizzate non senza fatica dal partito a sancire se Napoli è destinata a rimanere “periferia dell’impero”, oppure recitare il ruolo di capitale del Sud che le spetta e determinare le politiche del governo nazionale in tal senso. Renzi aspetta di capire questo e perciò si è tenuto fuori direttamente dalla contesa. Non a caso fa il “Principe”.