Napoli “città ribelle, ma non è Barcellona!

di Peppe Papa

da www. Cityweeknapoli.it

Un treno di metropolitana ogni tre minuti, autobus in superficie che viaggiano tutti a metano, poco traffico, colonnine per auto elettriche ovunque, utilizzo imponente di bike sharing che funziona a meraviglia, parcheggi privati diffusi con pagamento di sosta effettiva e non a frazione di ora, semafori a led che sono una realtà da almeno 15 anni e praticamente senza manutenzione (se non ogni cinque/sei anni). Stiamo parlando di una delle “città ribelli” europee più famose al mondo. No, non è Napoli, come il sindaco partenopeo, Luigi De Magistris va raccontando in giro, ma di Barcellona, guidata da Ada Colau, anche lei movimentista come il nostro e senza un vero partito alle spalle, eletta a furor di popolo nel 2015. E, ahinoi, Napoli benché ribelle, non è Barcellona. C’è qualcosa che non quadra. Soprattutto quando poi, il paragone con la metropoli catalana, si sposta dalla mobilità al settore dei servizi generali. Burocrazia snella e quasi tutta on line, in rete si fissano appuntamenti con l’amministrazione pubblica e si timbra al collocamento. L’urbanistica non conosce soste dai tempi delle Olimpiadi del ’92: se ci sono intoppi si procede con poche chiacchiere ad abbattimenti, espropri e nuovi disegni della città.
No, dalle nostre parti, non va proprio in questo modo: non si riesce ad incassare le multe, far pagare il canone alle famiglie occupanti, abusive o no, dell’edilizia comunale, riscuotere le tasse municipali, chiudere cantieri aperti da tempo immemore e via così di inefficienza in inefficienza. Senza parlare delle questioni urbanistiche, e qui non ci riferiamo al centro antico patrimonio Unesco (menomale!), ma ad un’ex area industriale per fare un esempio, come il lungomare di Bagnoli, dove tra fallimenti di società pubbliche, finta bonifica, polemiche, ripicche istituzionali, è ancora più o meno tutto fermo. Dal governo fanno sapere (il Comune, come noi, è in attesa che da Palazzo Chigi arrivi il “fine lavori”) che tra forse meno di due anni sarà tutto a posto dal punto di vista ambientale. Toccherà poi mettersi d’accordo su cosa se ne vorrà fare, in riguardo alla destinazione d’uso, dei due milioni di metri quadri del polo industriale dismesso. Ed è tutto da vedere. Forse il nostro primo cittadino si riferiva al forte senso di identità del popolo catalano, a proposito di similitudini all’aggettivazione “ribelle” con cui ha marchiato la città da lui amministrata. Questa la spiegazione consegnata alle pagine del magazine ‘Left’ qualche tempo fa: “L’esperienza della città di Napoli va raccontata insieme a quella di altre grandi città del mondo, come Barcellona, Atene e altre ancora, perché qui il popolo è diventato protagonista del suo destino. Si è rotto un sistema, non ci sono più guinzagli che legano Napoli ad apparati partitocratici o sistemi mafiosi, a lobby, congreghe o circuiti di potere politico né locali, né regionali o nazionali. La gente senza potere, in particolare i giovani ma anche una nuova borghesia illuminata, si è messa a fare politica nella nostra città…Abbiamo dato una visione internazionale a Napoli, resistendo ai tentativi di occupazione istituzionale e alle politiche di austerità. È chiaro che siamo oltre l’esperienza amministrativa”. Oltre l’esperienza amministrativa (sic!). Si dà il caso che a Barcellona, così come in tutta la Catalogna, la sensibilità autonomista, indipendentista, nazionalista, sia un sentimento molto forte da secoli ed è ancora viva la lotta per staccarsi dalla Spagna. Eppure i rapporti con Madrid sono improntati al rispetto e alla sana competizione. Non esattamente quello che si è visto in riva al golfo negli ultimi anni. Dove vige la regola, questa sì maneggiata con cura dall’amministrazione “rivoluzionaria” targata DeMa, dell’anarchia e dell’indolenza tipiche caratteristiche delle genti partenopee e della sfida continua alle istituzioni centrali. Be’, se così non fosse, Napoli sarebbe un altro luogo e non ne staremmo neanche parlando. A quei cittadini, che probabilmente dato il clima che si respira in giro, cui un po’ di autentico ribellismo è rimasto, non resta altro da fare che aspettare il prossimo giro (salvo cataclismi) e non astenersi, ma ritornare a votare. Basta lamenti!

 

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“Ritorno al futuro”: Renzi, Berlusconi e il Partito della nazione

Renzi stravince le primarie del Pd confermando la propria leadership nel partito nonostante la cocente sconfitta al ‘suo’ Referendum del 4 dicembre scorso, Berlusconi è pronto a rientrare in gioco a pieno titolo, dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di trasferire alla “Grande Camera” – sua massima istanza (composta da 17 giudici) – il ricorso da lui presentato avverso alla legge Severino che lo ha sbattuto fuori dal Senato e sottoposto all’umiliazione dei servizi sociali come un delinquente qualsiasi. Il tessuto affinché l’Italia “ritorni al futuro” è pressoché impostato. Dove l’ordito è la necessità di avere un sistema che regga, un filo portante, la struttura, su cui poi la trama possa dispiegarsi e disegnare il quadro del Paese per almeno i prossimi venti anni. Geniali, raffinati, cialtroni, solipsisti, inaffidabili, goderecci, indifferenti e solidali, civilmente anarchici (per fortuna), gli italiani in fondo hanno bisogno di una ‘mamma’ cui delegare le responsabilità e affidare il loro destino, purché questo non confligga troppo con i propri interessi individuali. Così è tutto pronto per la ricostruzione. Per carità, in modo nuovo, adeguato ai tempi che sono dettati dalla globalizzazione. Il centro riformista si è impossessato nuovamente della scena – vedi i “ricorsi” della storia – proponendosi come unico argine al populismo imperante che fa leva sulle paure della gente nei confronti di un mondo che corre all’impazzata. Un nuovo inizio, come fu dopo la seconda guerra mondiale con un Paese da rifondare  e che nei primi anni sessanta trovò la sintesi tra il moderatismo e il riformismo, tra la Dc e il Psi che diede forma al primo governo di centrosinistra della storia italiana (prima nel 1962 con l’astensione dei socialisti, poi nel 1963 con il loro coinvolgimento organico nel governo voluto da Moro) una formula che si è dispiegata, poi con una serie di varianti nel corso della prima Repubblica consegnando l’Italia al mondo moderno.  L’abbuffata del maggioritario dopo più di un ventennio ha mostrato la corda, pare che il proporzionale sia il sistema elettorale che meglio si addice  al “sentiment” degli italiani e infatti, salvo improbabili cataclismi, sarà questo il rettangolo di gioco su cui si disputerà la prossima partita  per la conquista di Palazzo Chigi. Renzi, liberatosi dall’ultima sacca di resistenza interna della vecchia oligarchia post comunista e avendo saldamente in mano il partito ( domenica l’assemblea nazionale ratificherà inequivocabilmente la sua leadership), è pronto a cavalcare il “modello Macron”  ossia “il leader solitario che si afferma mediaticamente grazie alla disgregazione dei partiti storici” (cit. Stefano Folli, Repubblica) , rivendicandone anzi una primogenitura. Contemplando, nel novero delle possibilità, anche quella di ottenere il 40%  dei consensi di lista tanto da consentirgli di afferrare il premio di maggioranza così come stabilito dalla Consulta. In tutti casi, l’eventualità di dover trattare con il “diavolo”, soprattutto da una posizione di forza, cosa di cui non ha dubbi, non lo scompone, anzi è nell’ordine delle cose. Berlusconi, ovviamente, è pronto a fargli da sponda, d’altronde non ha mai nascosto il proprio apprezzamento per il giovane ex premier ritenendolo il suo “naturale erede”, e in parlamento dopo le elezioni ci si può mettere al tavolo e trattare. Se necessario potrebbe anche immaginare di liquidare, seppur gradualmente, Forza Italia, il “partito di plastica” come con supponenza è stato sempre definito dalla vulgata mediatica, riversando senza traumi i consensi personali nel nuovo soggetto politico: quel Partito della Nazione che spaventa i più, ma a cui pare non ci sia alternativa.  “Renzi con la nostra storia ci azzecca poco – ha commentato un anziano militante della mitica sezione della Bolognina dove fu sancita l’eutanasia del Pci, intervistato al seggio delle primarie  da Repubblica – Ma è l’uomo che ci vuole adesso, nell’Italia di adesso. Poi si vedrà, i segretari passano, i partiti restano”. E’ saggezza popolare, bisogna inchinarsi.

Pd in coma, non resta che affidarsi a Bassolino che aveva previsto tutto. Anche se per ora manca il coraggio!

Il convitato di pietra del Pd locale (e non solo) Antonio Bassolino lo aveva detto: per rimettere in piedi il partito “si deve rifare tutto: commissariare il Pd provinciale e regionale con persone autorevoli e fuori dalle rigide correnti. Azzerare l’attuale tesseramento militarizzato e lottizzato. Bisogna preparare un congresso di rifondazione. Bisogna dare al partito un corpo (iscritti veri), una testa (un gruppo dirigente), un’anima. Dobbiamo muoverci subito, con responsabilità e passione politica”. Un grido d’allarme inascoltato, evidentemente, visto i progressivi passi falsi in cui è incappato l’establishment  dei dem partenopeo fino alla triste vicenda “listopoli” di questi giorni. Da Roma, dove finora hanno nascosto la testa sotto la sabbia (per mero calcolo politico, risultato sbagliato all’alba del 5 dicembre scorso) hanno battuto un colpo. Affidato a Francesco Nicodemo, napoletano e renzianissimo addetto alla comunicazione di Palazzo Chigi, che in una intervista al Cormez a cura di Simona Brandolini, ha sostanzialmente dato ragione all’ex governatore della Campania affermando: “Da luglio del 2015 il partito provinciale andava commissariato. Dopodiché la maggioranza del partito pensa di poter andare avanti in questo modo: oggi non credo che un congresso possa bastare a ricostruire un gruppo dirigente vero”. E alla domanda sulle responsabilità di Renzi e al “lanciafiamme” promesso, la risposta è risultata un’amara ammissione: “I problemi di Napoli sono atavici. Se il congresso continua a essere una gara tra chi ha più tessere non cambia la situazione”. ‘Don Antonio’, intanto, si gode la soddisfazione di avere dimostrato ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, la propria statura politica e l’esperienza che continua a mettere a disposizione del partito il quale, colpevolmente, fa sempre più fatica ad ignorare . Nel frattempo non si è lasciato sfuggire l’occasione per lanciare un ulteriore segnale al “giovane Matteo” nel corso di una recente iniziativa organizzata in città da “Demonline”. Ad un certo punto del suo lungo intervento è stato perentorio: a Napoli “rischiamo di non esistere più. Altro che rischiare di prendere una bronchite, a Napoli il Pd è in sala di rianimazione. La provincia di Napoli è grande il doppio della città, ma dobbiamo sapere che Napoli è la testa, e un Pd senza Napoli è un Pd senza testa. Dobbiamo fare di tutto perché Napoli riacquisti questa funzione e che il Pd, qui in città, abbia la sua testa”. Il problema è la testa che manca. Ci ha provato De Luca a proporsi, mettendo in campo personalità, determinazione, decisionismo, capacità amministrative. Solo che una volta conquistato Palazzo Santa Lucia ha mostrato, suo malgrado, il respiro corto del politico di provincia incapace di calarsi nelle dinamiche di una metropoli difficile che ha pensato di trattare come una Salerno qualsiasi (con tutto il rispetto si intende per la splendida città). Ha con tutta evidenza fallito il tentativo di impadronirsi del partito che lo ha via via  mollato al punto da diventare ostile alle truppe cammellate dei notabili locali che lo avevano sostenuto nella corsa alle regionali (vedi Mario Casillo e Raffaele Topo). Fino a mancare l’appuntamento più importante, ai fini dell’accreditamento in chiave nazionale con l’allora premier in carica, del referendum, portando a casa il peggior risultato tra le regioni italiane nel confronto con i contrari alla riforma costituzionale proposta da Renzi. Nel frattempo, al di là della retorica sprecata sull’argomento, tra le giovani leve del partito non si intravedono talenti nuovi capaci di affrontare la sfida di una leadership che guardi al futuro. Desolanti, da questo punto di vista, le performance di alcuni aspiranti campioni della ‘rottamazione” che non sono andati oltre la scimmiottatura degli atteggiamenti e delle parole d’ordine del capo romano, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Il risultato è quello di un partito alla canna del gas, in coma profondo e un’unica possibilità per venirne fuori affidandosi a chi se ne ‘intende’. Decidere di commissariare l’organizzazione dando al “vecchio vicerè” i poteri per svolgerne la necessaria ‘manutenzione’, sarebbe forse troppo azzardato da parte del segretario, significherebbe avere coraggio e visione politica che francamente non sembrano al momento nelle sue disponibilità (la batosta referendaria lo ha decisamente indebolito), ma consentire un congresso azzerando – come suggerito non solo da Bassolino abbiamo visto – vertici, tesseramento e organismi di partito senza più alcuna autorevolezza e credibilità, rappresenterebbe il minimo sindacale. Un modo per verificare ambizioni, carisma e idee di chi pensa di avere le stimmate per guidarne la rinascita. Semplice? Sì, ma non crediamo che accada.

 

Renzi e la rottamazione del Pd in Campania, De Luca l’ultimo giapponese

Ultimo atto della battaglia ingaggiata da Renzi con il Pd in Campania che avrà il suo epilogo immediatamente dopo il risultato della corsa a Palazzo santa Lucia tra il candidato del partito, Vincenzo De Luca e il governatore uscente del centrodestra, Stefano Caldoro. Sarà chiaro a quel punto se l’operazione di rottamazione avviata, sia pure in maniera molto soft, in riva al golfo, avrà avuto successo con la sconfitta del suo ultimo epigone, oppure no. Il premier-segretario ha puntato da tempo le proprie carte sulla sconfitta dell’ex sindaco di Salerno, suo grande elettore, ma troppo ingombrante a livello di idea di partito da lui immaginata per quel che riguarda i rapporti centro-periferia, nell’ottica della semplificazione e della sostanziale marginalità riservata ai corpi intermedi della società. Insomma, non sono tollerati i “capibastone”,  che possono fare il bello e il cattivo tempo in un territorio importante del Paese come la Campania, pretendendo di essere trattati da interlocutori ‘privilegiati’, mettendosi di traverso alle decisioni imposte, una volta da Palazzo Chigi, l’altra dal Nazareno. Il problema è vedere se riuscirà nell’impresa. De Luca è un osso duro, lo ha dimostrato vincendo alla grande le primarie – questa volta regolarissime come gli hanno dato atto gli sfidanti – e, a dispetto di una condanna in primo grado per abuso di ufficio con la certezza di essere sospeso il giorno dopo una sua eventuale vittoria elettorale, va avanti senza che nessuno possa fermarlo. Sa anche lui di giocarsi l’ultimo giro di giostra, se perde lo aspetta suo malgrado il triste viale del tramonto. Una seconda volta battuto da Caldoro sarebbe difficile da metabolizzare, anche per il più tenace dei suoi  aficionados. Figuriamoci. Intanto ha incassato l’endorsement del suo avversario principale alle primarie, Andrea Cozzolino,  il quale si è detto pronto a dare una mano e subito si è dato da fare. Sta girando in lungo e in largo la regione, dove ha conquistato un significativo consenso, mettendo a disposizione il suo elettorato alla causa di De Luca. C’è da dire, ma è cosa nota, che il motivo di tanto afflato risiede nelle mire del ‘giovane’ parlamentare europeo, cresciuto a pane e politica, di diventare il prossimo sindaco di Napoli. Per fare questo c’è bisogno che il partito locale goda dell’autorevolezza e autonomia necessaria a decidere certe questioni e “ciò è possibile solo se si afferma una nuova forte leadership”. Il problema sta nel convincere il resto della compagnia. Sono in molti a dover decidere in questi giorni se consegnarsi a Renzi, oppure giocare senza esitazione la carta De Luca. Sarebbe importante per quest’ultimo avere dalla sua il partito locale compatto, cosa che finora è mancata. E fa una bella differenza. Le resistenze, come sempre, soprattutto a Napoli, eternamente con la puzza sotto il naso per chi viene da fuori: “da Salerno poi”. Ma tant’è. Staremo a vedere.

Renzi, Berlusconi e la Dc 2.0

Viaggia come un treno, non lo ferma più nessuno. Renzi corre, ha conquistato la scena e costringe tutti a stargli dietro, non senza affanno. A nulla sono valsi finora i tentativi di imbrigliarlo, trappole e lusinghe, non ultima quella di entrare subito a Palazzo Chigi, schivate con maestria e sprezzo del pericolo, riemergendo ogni volta più forte di prima. L’accelerazione operata sulla questione della nuova legge elettorale, ancor più del resto del pacchetto delle riforme proposte, è stata la chiave per prosciugare la palude di pastoie e di ormai logore liturgie della politica italiana. E, comunque andrà a finire, è destinato ad uscirne da trionfatore. Il primo a capirlo e riconoscerlo è stato proprio Berlusconi, l’odiato-amato incubo della sinistra del Belpaese degli ultimi trent’anni. Il Cavaliere, oramai rassegnato ad un’uscita di scena quanto più indolore  possibile, ha approfittato della mano tesa del segretario Pd a sedersi al tavolo delle riforme da interlocutore privilegiato e si è subito messo a disposizione. Potersi appuntare una medaglia al petto a futura memoria gli è sembrato, prima ancora che un atto politico di rilevante importanza, anche una sorta di cortesia dovuta ad un “padre nobile” della Repubblica quale lui sente di essere. Ha pure realizzato che, dopo lo sdoganamento arrivato dagli avversari e dal Quirinale via Renzi, i magistrati non molleranno la presa finché non si farà da parte. L’apertura del processo Ruby-ter è arrivato come una mazzata a ricordargli che ha ancora troppi conti aperti con la Giustizia e che non è il caso di gongolare sugli allori di una presunta ritrovata centralità politica-istituzionale. “E’ un pregiudicato”, e tale resta. Altro che statista. Comunque sia, Mediaset e Mediolanum volano in Borsa, che è la cosa in fondo che più gli sta a cuore. Per il resto “ci penserà Matteo”, il sindaco è la sua ultima scommessa. Sarà lui a far tramontare senza clamorosi sconquassi la propria stella, il suo “vero erede”. Dunque, “forza Renzi”. Il quale ha ribadito a tutti, questa volta con il sostegno di Napolitano che, o si fa la legge nuova, oppure si va a votare con quella imposta dalla Consulta. Un proporzionale puro da prima Repubblica che non dispiacerebbe a molti, da Grillo a Berlusconi, ai piccoli partiti e all’interno dello stesso Pd. Un po’ meno, forse, a gran parte dei cittadini. Ma tant’è. In tale eventualità il segretario sarebbe l’unico a trarne vantaggio, al fine della sua ascesa al potere, potendo fare perno sulla evidenza dell’impedimento ricevuto dalla vecchia oligarchia politica a dare vita al processo riformatore messo in campo. Per lui significherebbe chiudere i conti con la minoranza interna post-comunista del suo partito e gestire da leader incontrastato la selezione per la composizione delle liste elettorali a prescindere dalla pantomima delle primarie. Oltre ad apparire agli occhi soprattutto dell’elettorato moderato e astensionista, dopo la “purga delle ultime scorie bolsceviche” , come il nuovo cavallo su cui puntare, l’ultima speranza. Agli italiani d’altronde non è mai mancata la propensione alla fascinazione per “l’uomo della provvidenza” cui delegare la responsabilità del proprio destino. Dunque, capo di un rinnovato partito Stato, il “partito mamma”. Di tutti gli italiani. Insomma, la cara, vecchia Dc, ma 2.0 per l’avvio della terza Repubblica. E chest’ è.