“Ritorno al futuro”: Renzi, Berlusconi e il Partito della nazione

Renzi stravince le primarie del Pd confermando la propria leadership nel partito nonostante la cocente sconfitta al ‘suo’ Referendum del 4 dicembre scorso, Berlusconi è pronto a rientrare in gioco a pieno titolo, dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di trasferire alla “Grande Camera” – sua massima istanza (composta da 17 giudici) – il ricorso da lui presentato avverso alla legge Severino che lo ha sbattuto fuori dal Senato e sottoposto all’umiliazione dei servizi sociali come un delinquente qualsiasi. Il tessuto affinché l’Italia “ritorni al futuro” è pressoché impostato. Dove l’ordito è la necessità di avere un sistema che regga, un filo portante, la struttura, su cui poi la trama possa dispiegarsi e disegnare il quadro del Paese per almeno i prossimi venti anni. Geniali, raffinati, cialtroni, solipsisti, inaffidabili, goderecci, indifferenti e solidali, civilmente anarchici (per fortuna), gli italiani in fondo hanno bisogno di una ‘mamma’ cui delegare le responsabilità e affidare il loro destino, purché questo non confligga troppo con i propri interessi individuali. Così è tutto pronto per la ricostruzione. Per carità, in modo nuovo, adeguato ai tempi che sono dettati dalla globalizzazione. Il centro riformista si è impossessato nuovamente della scena – vedi i “ricorsi” della storia – proponendosi come unico argine al populismo imperante che fa leva sulle paure della gente nei confronti di un mondo che corre all’impazzata. Un nuovo inizio, come fu dopo la seconda guerra mondiale con un Paese da rifondare  e che nei primi anni sessanta trovò la sintesi tra il moderatismo e il riformismo, tra la Dc e il Psi che diede forma al primo governo di centrosinistra della storia italiana (prima nel 1962 con l’astensione dei socialisti, poi nel 1963 con il loro coinvolgimento organico nel governo voluto da Moro) una formula che si è dispiegata, poi con una serie di varianti nel corso della prima Repubblica consegnando l’Italia al mondo moderno.  L’abbuffata del maggioritario dopo più di un ventennio ha mostrato la corda, pare che il proporzionale sia il sistema elettorale che meglio si addice  al “sentiment” degli italiani e infatti, salvo improbabili cataclismi, sarà questo il rettangolo di gioco su cui si disputerà la prossima partita  per la conquista di Palazzo Chigi. Renzi, liberatosi dall’ultima sacca di resistenza interna della vecchia oligarchia post comunista e avendo saldamente in mano il partito ( domenica l’assemblea nazionale ratificherà inequivocabilmente la sua leadership), è pronto a cavalcare il “modello Macron”  ossia “il leader solitario che si afferma mediaticamente grazie alla disgregazione dei partiti storici” (cit. Stefano Folli, Repubblica) , rivendicandone anzi una primogenitura. Contemplando, nel novero delle possibilità, anche quella di ottenere il 40%  dei consensi di lista tanto da consentirgli di afferrare il premio di maggioranza così come stabilito dalla Consulta. In tutti casi, l’eventualità di dover trattare con il “diavolo”, soprattutto da una posizione di forza, cosa di cui non ha dubbi, non lo scompone, anzi è nell’ordine delle cose. Berlusconi, ovviamente, è pronto a fargli da sponda, d’altronde non ha mai nascosto il proprio apprezzamento per il giovane ex premier ritenendolo il suo “naturale erede”, e in parlamento dopo le elezioni ci si può mettere al tavolo e trattare. Se necessario potrebbe anche immaginare di liquidare, seppur gradualmente, Forza Italia, il “partito di plastica” come con supponenza è stato sempre definito dalla vulgata mediatica, riversando senza traumi i consensi personali nel nuovo soggetto politico: quel Partito della Nazione che spaventa i più, ma a cui pare non ci sia alternativa.  “Renzi con la nostra storia ci azzecca poco – ha commentato un anziano militante della mitica sezione della Bolognina dove fu sancita l’eutanasia del Pci, intervistato al seggio delle primarie  da Repubblica – Ma è l’uomo che ci vuole adesso, nell’Italia di adesso. Poi si vedrà, i segretari passano, i partiti restano”. E’ saggezza popolare, bisogna inchinarsi.

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Pd, primarie farsa: Renzi, Berlusconi e i libri di storia

Primarie farsa che servono ad aggiungere confusione alla confusione del quadro politico italiano mentre il Paese annaspa nel tentativo di restare a galla. Si conosce il vincitore, Matteo Renzi, cui manca solo il sigillo dei gazebo, che poi dicono “sono le primarie vere”, ma si continua a traccheggiare, sancendo implicitamente che la liturgia finora svolta con protagonisti i militanti, non è stato altro che un meccanismo per la conta interna tra correnti in funzione della composizione delle liste elettorali di là da venire. Insomma, una dimostrazione plastica che la semplificazione, la sburocratizzazione dei processi decisionali è molto più facile predicarla che praticarla. Non siamo un paese serio. Se questo è il partito che si spaccia per la massima espressione della democrazia partecipata oggi in Italia, figuriamoci il resto. C’è da impazzire, eppure sta scritto tutto, affinché non ci siano dubbi, nello statuto dell’organizzazione. La prima fase, quella cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, relativa alla consultazione della base iscritta, è servita a sancire quali saranno i candidati ammessi (serve almeno il 5% dei consensi su scala nazionale) a partecipare alle primarie per designare il capo del partito e il candidato premier alle prossime elezioni politiche. Fatto salvo, ovviamente, la distribuzione del numero di delegati delle varie mozioni eletti nell’assemblea nazionale (già ampiamente a favore del segretario uscente con quasi il 70% ), l’unica in grado di eleggere il segretario nell’eventualità che alle primarie generali nessuno degli aspiranti abbia raggiunto la maggioranza del 50%. La seconda fase, come si diceva, è quella decisiva. Chi prende più voti diventa il dominus, non ce n’è per nessuno, è la logica della leadership, anche i più riottosi devono rassegnarsi a questa idea. Dunque, chi vince il 30 aprile, data stabilita per il voto popolare che conta, comanda. Per gli sconfitti, in base alle percentuali di consenso ottenuti, saranno riservati premi di consolazione corrispondenti a posti sicuri in parlamento per i propri fedelissimi. Alla faccia della battaglia sui capilista bloccati che sta scuotendo il partito in queste ultime settimane. Quel che inquieta, ahinoi, in questa storia, è che tutto sia già scritto e che il Paese da almeno quattro mesi sia fermo sul dibattito politico riguardante i tormenti interni al Pd, senza che i suoi competitor, compresi i 5 Stelle, riescano ad elaborare un’alternativa credibile allo  strabordante potere attrattivo dell’ex premier. Tempo perso, mentre il mondo corre in fretta. Una guerra inutile. Renzi le primarie le vincerà a man bassa, non c’è alcun dubbio, dopodiché avrà a disposizione il pallino del gioco, soprattutto se si sarà espressa al voto almeno una parte di quella maggioranza silenziosa di cittadini che tutti ignorano e che rappresenta la sostanza del 40% che lo ha sostenuto al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Potrà far cadere il governo quando vorrà (noi siamo tra quelli convinti che sarà la prima opzione sul tavolo del post-primarie), potrà mettere mano all’organizzazione del partito stabilendo a suo piacimento uomini e strategie sul territorio, potrà, infine, dialogare in libertà con il suo vero “nemico/amico” Berlusconi. Il quale non aspetta altro per sistemare le questioni riguardanti il suo impero finanziario e farsi finalmente  padre nobile di un Paese proiettato nella post-modernità entrando definitivamente,di prepotenza, nei libri di storia. Amen!

Il popolo dei “senza voce”, elogio della maggioranza silenziosa

Per oltre sessant’anni in Italia, a partire dal dopoguerra e fino agli ultimi giorni della prima Repubblica, ad ogni elezione politica l’indistinto ‘popolo’ democristiano usciva dal ‘sonno’ e si materializzava alle urne facendo vincere la Dc. Nonostante, puntualmente, i sondaggi dell’epoca le attribuivano una sconfitta sicura. Quasi nessuno del campione intervistato, in sostanza, dichiarava il suo gradimento per il grande partitone, anzi, le rimostranze parevano indicare sempre un imminente cambio dell’orientamento politico del Paese. Eppure, ogni volta, a scrutinio ultimato il primo partito era sempre lo stesso. Erano incapaci gli statistici, oppure esisteva, così come ai nostri giorni, una variabile imponderabile tanto da sfuggire a qualsiasi studio analitico delle tendenze elettorali? Ebbene sì, esiste. E’ la “maggioranza silenziosa” che sempre determina gli esiti del voto ed è poco propensa a rispondere ai sondaggisti, si guarda intorno in cerca di certezze e tranquillità detestando l’avventura. In gran parte si tratta di ceto medio conservatore o popolino comune, principalmente stanziale fuori dalle grandi città, convintamente favorevole all’ordine, alla sicurezza e alla proprietà privata, concetti fondanti delle società capitalistiche occidentali. Sono loro in linea di massima che, pur non facendo sentire la propria voce, determinano le sorti di un governo, di una leadership e degli assetti politici dello Stato in cui vivono. E’ storia. Eppure, questa enorme fascia di cittadini, continua ad essere un fantasma per la maggior parte delle forze politiche che si contendono la guida dei governi nazionali.  Tutti ad inseguire con parole d’ordine standardizzate gli umori del popolo più arrabbiato, delle espressioni più radicali di disagio sociale, al fine di una ipotetica conquista del potere senza uno straccio di programma che non sia il risentimento verso le élite, o più genericamente i “padroni del mondo”. Inevitabile, poi che capitino le sorprese. La “maggioranza silenziosa” esce allo scoperto, si materializza inaspettata e determina gli esiti di partite politiche che si davano per scontate. E a vincere è sempre, o almeno lo è stato finora, la cosiddetta moderazione. Anche quando non si è recata alle urne, un fenomeno costantemente in crescita in quasi tutti i paesi europei, Italia in testa. Il 4 dicembre, tanto per restare a casa nostra, ha dimostrato nella maniera più limpida la forza del variegato mondo dei ‘senza voce’ che hanno fatto blocco mandando un messaggio esplicito all’allora premier Renzi, vale a dire: qui non si tocca niente se prima non è definito cosa ci aspetta per il futuro visto che si continua a far fatica ad arrivare a fine mese, la disoccupazione soprattutto giovanile galoppa e non sembra esserci alle viste la famosa “luce in fondo al tunnell”. Insomma, meglio il sicuro per l’incerto. Un classico del moderatismo di tutto il globo. Si attendono narrazioni finalmente nuove in grado di suscitare entusiasmo, fiducia, voglia di schierarsi. Non è chiaro se a Matteo Renzi sia servita la lezione, certo essersi rassegnato a far proseguire la legislatura affidata al mite (?!) Gentiloni, è un segnale di ravvedimento. Aver capito di dover mettere mano al partito, prima riconquistandolo, poi riorganizzandolo intorno alla sua rinnovata leadership significa credere di potere offrire un riferimento certo a un popolo per definizione senza casa che chiede fatti e poche chiacchiere. La sfida, dunque, per sconfiggere i vari populismi è trovare la formula che metta insieme le esigenze degli elettori moderati, quelli del riformismo liberale sia di sinistra che di destra, finalmente guardando oltre il novecento. In Francia Macron sembra abbia trovato il bandolo della matassa –  certo, stando a quel che indicano i famigerati sondaggi – mollando il partito socialista, di cui era una giovane promessa, intestandosi la battaglia di normalizzazione nei confronti di una globalizzazione sempre più famelica e feroce mettendosi al servizio dei cittadini e non di una ideologia . Saprà fare lo stesso il giovane ‘fenomeno’ di Rignano? Il mondo corre, se ne è capace, meglio che faccia in fretta.

Pd, Bassolino e il ruggito del vecchio leone

Ha deciso di restare nel Pd e dare battaglia fino al suo “ultimo filo di voce” ricompattare intorno a se il cittadino comune, il popolo dei mercatini rionali e dei padri di famiglia che stentano ad arrivare a fine mese, della vecchia base operaia di cui è stato sempre punto di riferimento, degli intellettuali ritiratisi a vita privata, oltre quella parte numerosa della migliore borghesia napoletana che è rimasta finora ad assistere impotente alla deriva paranoica e plebiscitaria di un sindaco “guascone” e inconcludente che sta precipitando la città verso l’abisso. Antonio Bassolino è tornato più determinato che mai ad occupare lo spazio politico lasciato vuoto dall’inconsistenza del suo partito, frammentato in micro correnti specchio viziato delle divisioni interne nazionali, restando renziano “critico”, proponendosi testa di ponte a sinistra (ciò che serve al giovane uomo di Rignano nella sua corsa alle primarie del 30 aprile) non solo a livello locale e creando un suo personale network di lavoro (Carlo Porcaro sul Mattino l’ha battezzato come nuova corrente)  che fa capo alla Fondazione Sudd di cui è presidente. Mai momento fu più propizio per lanciarsi nella bagarre e giocarsi le proprie carte da protagonista del ‘tavolo’ e non da comprimario come hanno tentato di ridurlo trascurandone la tenacia. Tutto torna, ed è difficile da contraddire. Aveva previsto già nel 2011 la deriva cui stava consegnandosi il partito a Napoli, quando, inascoltato, sottolineò  il pericolo di primarie indette per disputarsi le spoglie del suo quasi ventennale sistema di potere, proponendo un accordo bonario su un “papa nero”  che, se pur destinato a perdere, avrebbe almeno tenuto botta arrivando a disputare il ballottaggio. Non fu preso in considerazione, complici anche le vicissitudini giudiziarie da cui è uscito poi immacolato, e finì come tutti sanno: la città in mano ad un folle “proto borbonico-giacobino” che sta procurando più danni di quanti quel 60% di napoletani che si sono astenuti dal voto nelle ultime due consultazioni amministrative potevano mai immaginare. Aveva avvertito, pazienza. D’altronde da Roma non è stato mai fatto mistero di voler fare a meno del suo contributo fino a coalizzare tutte le consorterie locali interne contro la sua candidatura alle ultime primarie perse, poi per una manciata di voti e un lungo strascico di polemiche e carte bollate.  Il risultato? Un disastro. Partito fantasma, Napoli in preda alla più totale anarchia e nessuno che sembri avere le stimmate per porvi rimedio. Tranne che affidarsi nuovamente a lui, il sindaco del “Rinascimento napoletano”, così come ancora adesso nel mondo ( e non è un’esagerazione) è ricordato. Una opportunità per Renzi, impegnato in una difficile dimostrazione di forza della sua leadership, di dare seguito a quel “noi” propugnato al Lingotto facendo fede sul sostegno di personalità politiche affidabili, esperte e dall’assoluto carisma . E Bassolino è uno di questi per buona pace dei suoi detrattori. Lo ha dimostrato proprio nel corso della campagna elettorale per le primarie e nella successiva fase di metabolizzazione della mortificante sconfitta, dove quotidianamente sui social e su tutti i media pronti a riportarne ogni sospiro, ha pungolato, criticato e dettato la linea, benché  avversata con i risultati che sappiamo. Il vecchio leone ruggisce, impossibile non prestargli attenzione. Sarebbe fatale.

Indagine Consip, tutto già deciso: Renzi out, Italia salva!

E’ tutto un brutto film già visto, segno che il Paese non riesce proprio ad uscire fuori dal suo incubo, paralizzato dalla paura del cambiamento. Il ‘grumo’ di potere insediatosi ai vertici dello Stato con a capo Renzi e votato alla rottamazione del passato, non ha retto alla controriforma delle piccole e grandi consorterie politiche, economiche, delle professioni, della burocrazia, del mondo della rappresentanza istituzionale e, infine, della magistratura le quali hanno sferrato un attacco a tutto campo dagli esiti nefasti se l’offensiva dovesse andare a buon fine. Per Renzi è proprio un brutto momento, sta scontando a caro prezzo gli effetti degli errori nei tre anni in cui la sua leadership ha raggiunto l’apice. Soprattutto l’incapacità di mediazione, forse voluta, ma che ha prodotto un brillante isolamento quando poi si è arrivati al dunque: la sopravvivenza sua, o quella di tutti gli altri della giostra. Il duro colpo del referendum perso in malo modo, anche attribuendo a se stesso ottimisticamente il 40% dei favorevoli alla riforma, è stato il primo avvertimento, cui ha provato a reagire con il colpo di teatro delle dimissioni lampo da capo del governo. In realtà una mossa che i suoi avversari hanno saputo sfruttare a proprio favore, prendendo tempo e ponendo in discussione l’esistenza stessa del partito di cui è segretario. Scissione inevitabile, come era nell’ordine delle cose, e sommovimenti interni alla maggioranza con i capi corrente decisi a ridiscutere assetti dell’organizzazione e addirittura la stessa leadership. Che sembra avere ancora in pugno, ma che comincia a mostrare qualche crepa, quando, per arrivare a questi giorni,piomba sulla scena quella che ha tutta l’aria di essere un Armageddon per l’ex premier. L’immancabile indagine di una procura che, senza tirarlo in ballo direttamente, agita le manette tra il suo più stretto entourage, in particolare puntando al fedelissimo Luca Lotti, attuale ministro dello Sport con importanti deleghe e, addirittura il padre, Tiziano, tratteggiato dalle cronache dei giornali come un “intrallazziere” senza scrupoli, irresponsabile al punto da farsi responsabile principale della disgraziata fine della carriera politica del figlio. Ben presto gli accertamenti dei magistrati sono usciti sottoforma di indiscrezioni, ma questa non è una novità,  così come presto sono diventati argomenti dirimenti, dimentichi di altri problemi più urgenti, per i palazzi della politica, delle redazioni di giornali, Tg e Talk show televisivi. Da tutte le parti richieste di chiarimento, minacce di sfiducia al Ministro, mentre il segreto istruttorio può andarsi a fare benedire e un eventuale processo è pressoché inutile da celebrare per quelli cui non è stato ancora formulato nessun addebito e accusa specifica. L’obiettivo è chiaro: “Renzi non poteva non sapere”. Il cerchio si chiude. L’Italia, così come l’abbiamo sempre conosciuta è salva. Fino al prossimo giro.

 

Pd in coma, non resta che affidarsi a Bassolino che aveva previsto tutto. Anche se per ora manca il coraggio!

Il convitato di pietra del Pd locale (e non solo) Antonio Bassolino lo aveva detto: per rimettere in piedi il partito “si deve rifare tutto: commissariare il Pd provinciale e regionale con persone autorevoli e fuori dalle rigide correnti. Azzerare l’attuale tesseramento militarizzato e lottizzato. Bisogna preparare un congresso di rifondazione. Bisogna dare al partito un corpo (iscritti veri), una testa (un gruppo dirigente), un’anima. Dobbiamo muoverci subito, con responsabilità e passione politica”. Un grido d’allarme inascoltato, evidentemente, visto i progressivi passi falsi in cui è incappato l’establishment  dei dem partenopeo fino alla triste vicenda “listopoli” di questi giorni. Da Roma, dove finora hanno nascosto la testa sotto la sabbia (per mero calcolo politico, risultato sbagliato all’alba del 5 dicembre scorso) hanno battuto un colpo. Affidato a Francesco Nicodemo, napoletano e renzianissimo addetto alla comunicazione di Palazzo Chigi, che in una intervista al Cormez a cura di Simona Brandolini, ha sostanzialmente dato ragione all’ex governatore della Campania affermando: “Da luglio del 2015 il partito provinciale andava commissariato. Dopodiché la maggioranza del partito pensa di poter andare avanti in questo modo: oggi non credo che un congresso possa bastare a ricostruire un gruppo dirigente vero”. E alla domanda sulle responsabilità di Renzi e al “lanciafiamme” promesso, la risposta è risultata un’amara ammissione: “I problemi di Napoli sono atavici. Se il congresso continua a essere una gara tra chi ha più tessere non cambia la situazione”. ‘Don Antonio’, intanto, si gode la soddisfazione di avere dimostrato ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, la propria statura politica e l’esperienza che continua a mettere a disposizione del partito il quale, colpevolmente, fa sempre più fatica ad ignorare . Nel frattempo non si è lasciato sfuggire l’occasione per lanciare un ulteriore segnale al “giovane Matteo” nel corso di una recente iniziativa organizzata in città da “Demonline”. Ad un certo punto del suo lungo intervento è stato perentorio: a Napoli “rischiamo di non esistere più. Altro che rischiare di prendere una bronchite, a Napoli il Pd è in sala di rianimazione. La provincia di Napoli è grande il doppio della città, ma dobbiamo sapere che Napoli è la testa, e un Pd senza Napoli è un Pd senza testa. Dobbiamo fare di tutto perché Napoli riacquisti questa funzione e che il Pd, qui in città, abbia la sua testa”. Il problema è la testa che manca. Ci ha provato De Luca a proporsi, mettendo in campo personalità, determinazione, decisionismo, capacità amministrative. Solo che una volta conquistato Palazzo Santa Lucia ha mostrato, suo malgrado, il respiro corto del politico di provincia incapace di calarsi nelle dinamiche di una metropoli difficile che ha pensato di trattare come una Salerno qualsiasi (con tutto il rispetto si intende per la splendida città). Ha con tutta evidenza fallito il tentativo di impadronirsi del partito che lo ha via via  mollato al punto da diventare ostile alle truppe cammellate dei notabili locali che lo avevano sostenuto nella corsa alle regionali (vedi Mario Casillo e Raffaele Topo). Fino a mancare l’appuntamento più importante, ai fini dell’accreditamento in chiave nazionale con l’allora premier in carica, del referendum, portando a casa il peggior risultato tra le regioni italiane nel confronto con i contrari alla riforma costituzionale proposta da Renzi. Nel frattempo, al di là della retorica sprecata sull’argomento, tra le giovani leve del partito non si intravedono talenti nuovi capaci di affrontare la sfida di una leadership che guardi al futuro. Desolanti, da questo punto di vista, le performance di alcuni aspiranti campioni della ‘rottamazione” che non sono andati oltre la scimmiottatura degli atteggiamenti e delle parole d’ordine del capo romano, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Il risultato è quello di un partito alla canna del gas, in coma profondo e un’unica possibilità per venirne fuori affidandosi a chi se ne ‘intende’. Decidere di commissariare l’organizzazione dando al “vecchio vicerè” i poteri per svolgerne la necessaria ‘manutenzione’, sarebbe forse troppo azzardato da parte del segretario, significherebbe avere coraggio e visione politica che francamente non sembrano al momento nelle sue disponibilità (la batosta referendaria lo ha decisamente indebolito), ma consentire un congresso azzerando – come suggerito non solo da Bassolino abbiamo visto – vertici, tesseramento e organismi di partito senza più alcuna autorevolezza e credibilità, rappresenterebbe il minimo sindacale. Un modo per verificare ambizioni, carisma e idee di chi pensa di avere le stimmate per guidarne la rinascita. Semplice? Sì, ma non crediamo che accada.

 

Il Pd, Renzi, D’Alema e la scissione auspicabile

Avvilente, veramente avvilente il dibattito che si sta svolgendo in questi giorni nel Pd, con un unico esito finale: l’ennesima scissione. Inevitabile. E auspicabile, a questo punto, per chiarire una volta per tutte, che non c’è altra strada che ‘spurgare’ dal partito i residui di un mondo archiviato dalla storia. Così come la sua classe dirigente che ha dato una pessima prova di sé e pretende ancora di dettare legge in nome di una ‘socialismo’ fuori luogo mentre è impegnata in una tenace, feroce volontà di conservare autoreferenzialità, poltrone, visibilità e autostima. Il pretesto per la loro ennesima battaglia perdente, perché fondamentalmente di retroguardia, è questa volta Matteo Renzi, come in passato lo sono stati Craxi, Occhetto, Prodi , Berlusconi; sì, anche il Cavaliere a suo modo. I signori del “ben altro”, con a capo l’inossidabile D’Alema – più deciso che mai a fargliela pagare  all’odioso guascone toscano che gli aveva promesso e poi disatteso un posto di commissario europeo – e rinfrancati dalla vittoria al referendum del 4 dicembre, hanno cominciato a sparare ad alzo zero. Baffino, tanto per dire, si è inventato, nel tempo della post-verità, un “non partito”, un movimento (“ConSenso”) che pronto all’occorrenza potrà essere utilizzato per partecipare autonomamente alle elezioni. Ovviamente a ‘sinistra’ del rinnegato Pd renziano. Un luogo in verità già molto affollato. Ci sono quelli di Sinistra italiana anche loro prossimi, guarda un po’, ad una scissione; c’è l’ex sindaco di Milano Pisapia, impegnato a mettere insieme quel che è rimasto del popolo arancione e non mancano i Verdi, in varie sfumature, come gli Arcobaleno, un po’ di società civile composta da una stanca borghesia urbana illuminata e infine i visionari giacobini alla Civati, Emiliano, De Luca, De Magistris. Non c’è che dire, una bella compagnia di giro che ha un solo grande problema, quello cioè della reale consistenza all’atto dell’apertura delle urne. Tutti insieme, a livello nazionale, stando ai sondaggi, valgono tra i 3 e il 5%, risultato buono forse per entrare in parlamento, ma da dividere tra parecchi pretendenti senza che nessuno sia sicuro di come andrà a finire. Renzi, ultimo erede della Dc e prodotto “del fallimento di D’Alema e Bersani, dalla loro incapacità di essere davvero gruppo egemone”, come ha sentenziato un grande vecchio del Pci, il 93enne Emanuele Macaluso in una recente intervista alla ‘Stampa’, lascia fare, mostra sicumera, anzi spera che la scissione “abbia luogo finalmente”. La cosiddetta sinistra: ideologica, opportunista, inconcludente, retaggio del secolo passato, incapace di connettersi ai nuovi paradigmi della globalità, tolga il disturbo e vada per la sua strada verso l’abisso. Libero, senza più remore, di poter stringere accordi anche col ‘diavolo’ pur di riformare un Paese forse irriformabile. Ma questo è un altro discorso.