La resa di Silvio, Napolitano la spunta. Dopo le europee la nuova Forza Italia

Tu mantieni il patto sulle riforme, accetta quel che decideranno i giudici circa l’affidamento ai servizi sociali standotene buono sullo sfondo delle prossime elezioni europee, poi penseremo noi a salvarti”. Questo, più o meno, il succo delle parole di Giorgio Napolitano al rassegnato Silvio Berlusconi nell’incontro a quattrocchi chiesto da questi per perorare la sua causa di perseguitato dalla magistratura e chiedere al Presidente un estremo intervento presso i giudici che gli consentisse di conservare la necessaria “agibilità politica” per guidare il proprio partito alle prossime consultazioni continentali. Una richiesta tanto disperata quanto impossibile dall’essere accordata. Ma tant’è, ci ha provato. E un risultato comunque lo ha incassato, e significativo. Gli affari di famiglia, infatti, nessuno si sognerà di metterli in discussione, almeno per il momento, segno di un potere contrattuale che ancora esercita un suo peso. Conflitto d’interessi, vendita delle frequenze, legge sull’emittenza, tanto per fare qualche esempio, sono questioni passate in cavalleria, non se ne parla quasi più. Dunque l’accordo siglato con Renzi, al quale il capo dello Stato ha fatto riferimento nel colloquio riservato, pare a questo punto blindato, nonostante le impaurite intemperanze della nutrita schiera di peones parlamentari del suo partito capeggiati dagli immarcescibili Renato Brunetta e Paolo Romani. Costretto ad ingoiare amaro, ma senza scelta, questa volta per il tycoon l’uscita di scena appare definitiva, con l’impegno di “tutti” a renderla il più possibile onorabile. Purché, dicevamo, non si metta di traverso sulla strada delle riforme; unico spiraglio per un auspicato allentamento della morsa giudiziaria. Verrà trovato il  modo non c’è dubbio. Ed è la promessa, l’unica, che Napolitano gli ha potuto garantire. Insomma, è finita, il “viale del tramonto” è ormai imboccato. Fatto che all’ex Cavaliere, cui non difetta certo il pragmatismo, era ormai chiaro da un pezzo, anche se ha finora opposto una ostinata resistenza. Pertanto ha realizzato, grazie pure ai pressanti inviti a desistere dei suoi più fidaci ‘amici’ di sempre (Letta, Confalonieri, Doris) e dei suoi figli maggiori (Marina e Piersilvio), che la creatura politica messa in piedi oltre un ventennio fa, non regge più ed è meglio archiviarla. Quel che serve ora in questi tempi liquidi e veloci, a rendere meno traumatico il declino, è un “partito piccolo, leggero che si attesti stabilmente intorno al 10-15% in grado di tenere botta in parlamento e nel caso essere decisivo per le sorti di qualsiasi tipo di governo”, confessano dallo stretto entourage dell’ex premier. Un partito, sia chiaro, che faccia sempre riferimento alla sua persona e sia un po’ azienda, magari meno ‘personale’, in cui far crescere una classe dirigente giovane guidata, nel caso, dalla scalpitante figlia di secondo letto, Barbara. Un passaggio di testimone da far slittare a dopo le europee, meno sconvolgente di quello che potrebbe essere in questa fase e che permetterebbe alla ragazza “di farsi le ossa” senza rischiare di essere stritolata dal Circo politico-mediatico. Che sia questo il piano lo dimostrano le cronache di questi giorni, tutta la vecchia guardia è intimorita, pronta al peggio. Su cosa si aspettano che accada dopo il 10 aprile giorno della decisione del Tribunale su come far scontare la pena al capo, è stato chiaro Gianfranco Rotondi, intervistato ieri da Repubblica: “Forza Italia si fa in quattro, al più tardi nel giro di due mesi.  Senza di lui ci salutiamo appena senza nemmeno scambiarci i numeri di telefono”. Ed è iniziata la grande fuga, si è aperta la bagarre per andare a svernare in Europa. Fitto ce l’ha fatta, Scajola ancora no ma alla fine dovrebbe spuntarla, gli altri, e l’elenco è lungo assai, devono penare. Falchi, colombe? Il “presidentissimo” è stanco e ha altro cui pensare, loro appartengono ad un’altra storia. Che è finita. Amen.

Annunci

Processo Mediaset, Berlusconi ‘sereno’: comunque vada sarà un successo

Il verdetto non arriverà oggi ma, con ogni probabilità, domani o al massimo giovedì mattina, e comunque vada sarà un successo. Il Cavaliere è in una botte di ferro. Qualsiasi sarà la decisione dei giudici della suprema corte, ne uscirà vincitore e continuerà a tenere in mano il pallino del gioco, obbligando tutti come sempre a stargli dietro. Anche nel caso dovesse essergli confermata la condanna e l’interdizione ai pubblici uffici. Cosa volete che gliene importi ad un uomo di 78 anni padrone di un impero finanziario e soprattutto di un partito personale di cui vuole sbarazzarsi per dare vita ad un’altra formazione da combattimento liberata dai fronzoli ‘politichesi’, dall’essere in prima persona esposto nell’agone. Resterà padrone a prescindere, potendo inoltre interpretare la parte in commedia che gli riesce meglio, del perseguitato, dell’uomo solo contro tutti. Vittima dell’invidia e della ferocia comunista che lo vuole morto. Dedicarsi ai suoi affari potendo continuare a condizionare la vita politica italiana, non sarebbe poi una cattiva condizione. Certo, resterebbe la macchia della condanna penale, ma è l’ultimo dei problemi per uno che è padrone di giornali e televisioni con i quali ha cambiato in un trentennio l’antropologia del Paese. Non parliamo poi se i giudici dovessero optare per una soluzione soft, costretti dalle pressioni mediatiche a una riflessione anche extragiudiziara della vicenda, accogliendo in maniera parziale il ricorso della difesa con rinvio in Appello per un nuovo esame. La frode fiscale del 2002, infatti, si prescriverebbe subito, quella del 2003 a settembre 2014. Non solo: se nel nuovo processo di Appello la pena venisse rideterminata sotto i tre anni, allora sarebbe esclusa l’interdizione dai pubblici uffici. Meglio di così solo un’assoluzione completa, il terzo dei possibili verdetti attesi dalla Cassazione, potrebbe far gridare al “Bingo”. E’ comunque chiaro in questo scenario che, qualunque sarà l’esito, il governo guidato da Letta non subirà nessuna delegittimazione, almeno da parte sua. Spetterà al Pd, che per questo è già in crisi di panico, eventualmente staccare la spina. Per ora è troppo importante per l’ex premier non rompere gli equilibri istituzionali che tanto bene stanno facendo alle sue aziende. Mediaset vola in borsa dal giorno dell’insediamento dell’esecutivo e a spingere il titolo del Biscione in questi giorni, anche la pace siglata con Rupert Murdoch, ottenuta grazie al suo impegno personale nella trattativa sul nuovo canale Fox sport che gestiranno insieme in Italia. Era da tempo che non si vedeva una performance della holding a livelli così alti di redditività per la sua famiglia e i propri azionisti. Ai fedelissimi che lo hanno sentito in queste ore ha ribadito la linea della responsabilità: niente colpi di testa. Le minacce lanciate in questi giorni dai cosiddetti “falchi” del partito, dunque, lasciano il tempo che trovano, sono servite a far rumore e spaventare l’opinione pubblica con tutto quello che ne consegue. Fra qualche giorno, c’è da giurare, si suonerà un’altra musica.