Pd, Bassolino e il ruggito del vecchio leone

Ha deciso di restare nel Pd e dare battaglia fino al suo “ultimo filo di voce” ricompattare intorno a se il cittadino comune, il popolo dei mercatini rionali e dei padri di famiglia che stentano ad arrivare a fine mese, della vecchia base operaia di cui è stato sempre punto di riferimento, degli intellettuali ritiratisi a vita privata, oltre quella parte numerosa della migliore borghesia napoletana che è rimasta finora ad assistere impotente alla deriva paranoica e plebiscitaria di un sindaco “guascone” e inconcludente che sta precipitando la città verso l’abisso. Antonio Bassolino è tornato più determinato che mai ad occupare lo spazio politico lasciato vuoto dall’inconsistenza del suo partito, frammentato in micro correnti specchio viziato delle divisioni interne nazionali, restando renziano “critico”, proponendosi testa di ponte a sinistra (ciò che serve al giovane uomo di Rignano nella sua corsa alle primarie del 30 aprile) non solo a livello locale e creando un suo personale network di lavoro (Carlo Porcaro sul Mattino l’ha battezzato come nuova corrente)  che fa capo alla Fondazione Sudd di cui è presidente. Mai momento fu più propizio per lanciarsi nella bagarre e giocarsi le proprie carte da protagonista del ‘tavolo’ e non da comprimario come hanno tentato di ridurlo trascurandone la tenacia. Tutto torna, ed è difficile da contraddire. Aveva previsto già nel 2011 la deriva cui stava consegnandosi il partito a Napoli, quando, inascoltato, sottolineò  il pericolo di primarie indette per disputarsi le spoglie del suo quasi ventennale sistema di potere, proponendo un accordo bonario su un “papa nero”  che, se pur destinato a perdere, avrebbe almeno tenuto botta arrivando a disputare il ballottaggio. Non fu preso in considerazione, complici anche le vicissitudini giudiziarie da cui è uscito poi immacolato, e finì come tutti sanno: la città in mano ad un folle “proto borbonico-giacobino” che sta procurando più danni di quanti quel 60% di napoletani che si sono astenuti dal voto nelle ultime due consultazioni amministrative potevano mai immaginare. Aveva avvertito, pazienza. D’altronde da Roma non è stato mai fatto mistero di voler fare a meno del suo contributo fino a coalizzare tutte le consorterie locali interne contro la sua candidatura alle ultime primarie perse, poi per una manciata di voti e un lungo strascico di polemiche e carte bollate.  Il risultato? Un disastro. Partito fantasma, Napoli in preda alla più totale anarchia e nessuno che sembri avere le stimmate per porvi rimedio. Tranne che affidarsi nuovamente a lui, il sindaco del “Rinascimento napoletano”, così come ancora adesso nel mondo ( e non è un’esagerazione) è ricordato. Una opportunità per Renzi, impegnato in una difficile dimostrazione di forza della sua leadership, di dare seguito a quel “noi” propugnato al Lingotto facendo fede sul sostegno di personalità politiche affidabili, esperte e dall’assoluto carisma . E Bassolino è uno di questi per buona pace dei suoi detrattori. Lo ha dimostrato proprio nel corso della campagna elettorale per le primarie e nella successiva fase di metabolizzazione della mortificante sconfitta, dove quotidianamente sui social e su tutti i media pronti a riportarne ogni sospiro, ha pungolato, criticato e dettato la linea, benché  avversata con i risultati che sappiamo. Il vecchio leone ruggisce, impossibile non prestargli attenzione. Sarebbe fatale.

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Centrodestra a pezzi, Lettieri non ‘tira’: i portatori di voti si defilano

Nonostante l’impegno profuso in cinque anni di opposizione in consiglio comunale e gli sforzi per scardinare le resistenze in Forza Italia alla sua ricandidatura a sindaco e, soprattutto, l’averci rimesso finora già un mucchio di quattrini per finanziare la campagna elettorale, Gianni Lettieri sembra non avere chance di successo. L’imprenditore “scugnizzo” deve fare i conti con la liquefazione del centrodestra a Napoli, orfano dei suoi vecchi riferimenti politici alle prese chi con la giustizia, chi imboscato a Roma a vivere gli ultimi scampoli del berlusconismo al tramonto. Le varie ‘famiglie’ dello schieramento viaggiano ognuno per conto proprio e Lettieri non unisce: “non è adatto a creare le emozioni giuste per vincere”, gli ha mandato a dire pubblicamente Marcello Taglialatela. Il parlamentare di Fdi, candidato in pectore da almeno 20 anni a Palazzo San Giacomo, in un’intervista a ‘Il Mattino’ qualche giorno fa ha fatto sapere che i suoi non lo appoggeranno: “per noi al momento è impossibile tornare dove si è perso”. Insomma, anche se è possibile che la posizione possa essere rivista se nella Capitale dovesse prendere corpo la candidatura della leader del partito, Giorgia Meloni al Campidoglio, pure Fdi è quasi andato e la strada per l’ex presidente dell’Unione Industriali di Napoli resta decisamente in salita. Poco amato dai suoi stessi colleghi imprenditori, snobbato da gran parte della borghesia cittadina, neanche nel suo partito di riferimento fanno salti di gioia a ‘trovarselo tra i piedi’. Tranne Stefano Caldoro con la sua micro formazione politica del ‘Nuovo Psi’, l’altrettanto micro movimento ‘Italia Unica’ di Corrado Passera, i pochi seguaci locali di ‘Noi con Salvini’ e una pletorica schiera di liste e associazioni civiche amiche, i veri portatori di voti si sono defilati. Tra questi, a parte l’avversione dichiarata dell’ex vice coordinatore regionale di Fi e presidente di ‘Polo sud’, Amedeo Laboccetta e l’aperta ostilità di gente come Enzo Rivellini e Salvatore Ronghi,  brilla Fulvio Martusciello. L’eurodeputato ci teneva ad essere nominato sfidante per la poltrona di sindaco ritenendo di avere la forza per potersela giocare, ma ha dovuto ingoiare amaramente la decisione di Berlusconi di dare il via libera a Lettieri. Al momento è dato in missione con una delegazione di parlamentari Ue in India. Certo prima o poi tornerà, ma appare difficile che si spenderà senza risparmio per chi lo ha svegliato dal sogno di diventare primo cittadino di Napoli. Insomma, per come stanno le cose, al di là dei sondaggi che fanno circolare dal suo staff che lo danno al 26% (“assai meno del 34% preso da Caldoro alle ultime regionali” ha fatto notare Taglialatela nella intervista appena citata) per Lettieri si profila un ruolo marginale nella prossima competizione elettorale. Al massimo terzo “se non addirittura – azzarda qualcuno trai suoi più maliziosi critici – quarto”. Una debàcle che ne affosserebbe definitivamente le ambizioni politiche. Forse.