“Ritorno al futuro”: Renzi, Berlusconi e il Partito della nazione

Renzi stravince le primarie del Pd confermando la propria leadership nel partito nonostante la cocente sconfitta al ‘suo’ Referendum del 4 dicembre scorso, Berlusconi è pronto a rientrare in gioco a pieno titolo, dopo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di trasferire alla “Grande Camera” – sua massima istanza (composta da 17 giudici) – il ricorso da lui presentato avverso alla legge Severino che lo ha sbattuto fuori dal Senato e sottoposto all’umiliazione dei servizi sociali come un delinquente qualsiasi. Il tessuto affinché l’Italia “ritorni al futuro” è pressoché impostato. Dove l’ordito è la necessità di avere un sistema che regga, un filo portante, la struttura, su cui poi la trama possa dispiegarsi e disegnare il quadro del Paese per almeno i prossimi venti anni. Geniali, raffinati, cialtroni, solipsisti, inaffidabili, goderecci, indifferenti e solidali, civilmente anarchici (per fortuna), gli italiani in fondo hanno bisogno di una ‘mamma’ cui delegare le responsabilità e affidare il loro destino, purché questo non confligga troppo con i propri interessi individuali. Così è tutto pronto per la ricostruzione. Per carità, in modo nuovo, adeguato ai tempi che sono dettati dalla globalizzazione. Il centro riformista si è impossessato nuovamente della scena – vedi i “ricorsi” della storia – proponendosi come unico argine al populismo imperante che fa leva sulle paure della gente nei confronti di un mondo che corre all’impazzata. Un nuovo inizio, come fu dopo la seconda guerra mondiale con un Paese da rifondare  e che nei primi anni sessanta trovò la sintesi tra il moderatismo e il riformismo, tra la Dc e il Psi che diede forma al primo governo di centrosinistra della storia italiana (prima nel 1962 con l’astensione dei socialisti, poi nel 1963 con il loro coinvolgimento organico nel governo voluto da Moro) una formula che si è dispiegata, poi con una serie di varianti nel corso della prima Repubblica consegnando l’Italia al mondo moderno.  L’abbuffata del maggioritario dopo più di un ventennio ha mostrato la corda, pare che il proporzionale sia il sistema elettorale che meglio si addice  al “sentiment” degli italiani e infatti, salvo improbabili cataclismi, sarà questo il rettangolo di gioco su cui si disputerà la prossima partita  per la conquista di Palazzo Chigi. Renzi, liberatosi dall’ultima sacca di resistenza interna della vecchia oligarchia post comunista e avendo saldamente in mano il partito ( domenica l’assemblea nazionale ratificherà inequivocabilmente la sua leadership), è pronto a cavalcare il “modello Macron”  ossia “il leader solitario che si afferma mediaticamente grazie alla disgregazione dei partiti storici” (cit. Stefano Folli, Repubblica) , rivendicandone anzi una primogenitura. Contemplando, nel novero delle possibilità, anche quella di ottenere il 40%  dei consensi di lista tanto da consentirgli di afferrare il premio di maggioranza così come stabilito dalla Consulta. In tutti casi, l’eventualità di dover trattare con il “diavolo”, soprattutto da una posizione di forza, cosa di cui non ha dubbi, non lo scompone, anzi è nell’ordine delle cose. Berlusconi, ovviamente, è pronto a fargli da sponda, d’altronde non ha mai nascosto il proprio apprezzamento per il giovane ex premier ritenendolo il suo “naturale erede”, e in parlamento dopo le elezioni ci si può mettere al tavolo e trattare. Se necessario potrebbe anche immaginare di liquidare, seppur gradualmente, Forza Italia, il “partito di plastica” come con supponenza è stato sempre definito dalla vulgata mediatica, riversando senza traumi i consensi personali nel nuovo soggetto politico: quel Partito della Nazione che spaventa i più, ma a cui pare non ci sia alternativa.  “Renzi con la nostra storia ci azzecca poco – ha commentato un anziano militante della mitica sezione della Bolognina dove fu sancita l’eutanasia del Pci, intervistato al seggio delle primarie  da Repubblica – Ma è l’uomo che ci vuole adesso, nell’Italia di adesso. Poi si vedrà, i segretari passano, i partiti restano”. E’ saggezza popolare, bisogna inchinarsi.

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La messinscena: Verdini lascia FI, Berlusconi pronto a seguirlo, mentre Renzi prepara il partito della nazione

Il 2018 è ancora lontano. Tre anni per costruirsi un futuro. In tutti i sensi. L’orizzonte temporale entro cui acquartierarsi per farsi trovare pronti alle prossime elezioni politiche che rappresenteranno, probabilmente, lo spartiacque tra la seconda e terza Repubblica nel segno del “renzismo”. Una progressione storica perfettamente intuita dal Cavaliere e dai suoi più ‘scafati’ amici, tanto da orchestrare, attraverso una sofisticata macchina mediatica, un’operazione di accostamento all’orbita del “partito della nazione” che ha in mente Matteo Renzi. Berlusconi ha capito che è definitivamente tramontata la sua stagione politica e cerca una via di uscita il più indolore possibile per salvare la faccia, ma soprattutto il suo impero finanziario. I magistrati continuano a martellarlo, il partito si è ormai frantumato, gli è chiaro che con Salvini è tempo perso e che, soprattutto, non c’è alcuna speranza che venga modificato l’Italicum – anche una sua creatura – che ha dovuto rinnegare. In pratica, la resa. Intanto, Denis Verdini, uno dei suoi più lucidi ‘consigliori’ insieme a Gianni Letta e Fedele Confalonieri , regista del patto del Nazareno, ha continuato ad avere rapporti con il premier e il suo più stretto entourage e quando ha potuto non ha fatto mancare il proprio appoggio, anche se solo in via informale, al governo. Gli è servito per accreditarsi e, contestualmente al progressivo affrancamento da Forza Italia, preparare il terreno per il successivo step, ossia il coinvolgimento diretto dell’ex presidente del consiglio e quel che è rimasto delle sue truppe nel grande contenitore vagheggiato dal segretario del Partito democratico. Dove non ci sarà ombra di comunisti e si potrà ragionare tra persone “responsabili” nell’interesse del paese. Verdini, dunque è andato, ha mollato pubblicamente il presidente e ha annunciato a breve la costituzione di un gruppo autonomo al Senato, pronto a sopperire alle intemperanze della sinistra dura e pura del Pd, intenzionata a dare battaglia su qualsiasi riforma presentata dal suo concittadino capo del governo. Insomma, niente male come inizio. Una “stampella” che Renzi, a parte le ovvie cautele e i finti imbarazzi del caso, non disdegna e conta di utilizzare per disinnescare il dissenso interno e correre spedito verso l’obiettivo prefissato di essere la sola alternativa, nel 2018 appunto, a se stesso. Berlusconi, nel frattempo, si sta adoperando a smontare il ‘giocattolo’, il rompete le righe è chiaro ai più anche se continua a tenere tutti sulla corda. Dice e non dice, fa trapelare di essere incuriosito dalle mosse del premier per la riuscita della costruzione del partito della nazione, così come sulla “reale capacità di tagliare le tasse agli italiani, casa compresa”, nel contempo mostra il ghigno feroce. Aspetta. Adesso ci sono le vacanze, il parlamento si ferma, la politica svuota Roma della sua presenza, ci sarà tempo per riprendere fiato e rituffarsi nell’agone alla ripresa settembrina con nuovo vigore. E magari con qualche idea ‘brillante’ per proseguire la messinscena.

Il sindaco “parapaccheri”, Lettieri e la politica senza alternative

Alla variegata ‘fauna’ degli amministratori che hanno guidato Napoli nel corso della sua storia, mancava ancora quella del sindaco “parapaccheri” . La lacuna è stata colmata con l’ascesa a Palazzo san Giacomo di Luigi De Magistris, la cui irruzione sulla scena, inaspettata quanto parecchio fortunosa, fu salutata come il primo atto di una rivoluzione politico-culturale capace di proiettare la città nel novero delle principali capitali europee e mondiali. Mai promessa fu tanto avventata, visti i risultati. Ed è la ragione basilare che ha trasformato il ‘supereroe’ nel catalizzatore di ceffoni quale “unico responsabile” dei guai sempre più drammatici che affliggono la metropoli partenopea. La città langue nell’immobilismo? E giù schiaffi dalla società civile che lo addita come epigono del livello di prearcaica civiltà intrisa di anarchismo indolente, della comunità partenopea. Le defaillance di gestione amministrativa e di programmazione? Rifiuti, dissesto dei conti, Bagnoli, Napoli est, Centro storico, traffico, trasporti, welfare, lavoro, sicurezza, pressione fiscale, San Carlo, Forum delle culture, un lungo elenco di dolenze seguito da un’altrettanta intensa scarica di sberle. Provenienti da tutto l’iridescente mondo della politica locale. A partire dalla sua maggioranza, composta per la gran parte da ‘miracolati’ finiti in consiglio comunale con una manciata di voti i quali, alla prima occasione, non hanno esitato a mollarlo. Poi il sindacato e, soprattutto, le due diverse opposizioni, una di centrosinistra, l’altra di centrodestra, entrambe impegnate con particolare accanimento a confezionare raffiche di colpi sempre più duri pur di nascondere le proprie reciproche debolezze. Sempre più frastornato il primo cittadino tiene botta e rilancia anche se ormai non gli crede più nessuno. Così come nessuno, in realtà, almeno tra i soggetti istituzionali delegati a tal proposito, è in grado di esprimere un’alternativa. Senza punti di riferimento la politica si è frantumata in piccole e bellicose consorterie. Nel Pd, protagonista indiscusso della gauche locale, neanche la travolgente ascesa del renzismo è riuscita a mettere pace tra le bande che si disputano il partito. ‘Naturale’ referente nel Pantheon del sindaco, i dem hanno sdegnosamente rimandato al mittente i tentativi di approccio che questi ha esercitato nei loro confronti, nel tentativo di uscire dall’angolo in cui si è andato a cacciare in questi tre anni di consiliatura. L’altra opposizione, quella rappresentata da ciò che resta del Pdl, non brilla a sua volta per propositività e, manco a dirlo, coesione interna. Il suo capo, o presunto tale, nell’Aula di Via Verdi, Gianni Lettieri si è distinto finora per il livore nei confronti di De Magistris, da cui è stato sconfitto alle urne, restando sostanzialmente estraneo alle dinamiche e agli interessi del proprio schieramento. Una battaglia personale fine a se stessa, senza costrutto, che ha finito per svilire ancora di più l’azione del centrodestra nell’Assise cittadina. Così, in attesa di capire come andrà a finire la parabola del berlusconismo in riva al golfo, ci si prepara ai possibili scenari che si potranno venire a configurare e che determineranno anche la scelta del candidato alla poltrona di sindaco per il prossimo giro. Che potrebbe essere già domani. Per De Magistris e la sua giunta incombe l’incubo del dissesto, pericolo per niente scongiurato, nonostante l’aiutino della deroga per mettere a posto i conti fornito dal governo Renzi non appena insediato. Insomma, potrebbe succedere che venga costretto a lasciare prima della scadenza del mandato determinando l’apertura immediata di una campagna elettorale dagli esiti imprevisti. In tutti i casi, l’ex presidente dell’Unione industriali di Napoli, non sembra della partita. Con il celebrato ritorno della politica, la fine della tecnocrazia e degli unti dal Signore, di un imprenditore che si mette al servizio del bene comune nessuno sente più bisogno. La sfida presumibilmente vedrà coinvolti nomi che usciranno fuori dal gioco delle appartenenze e delle visioni di potere interne ai due principali partiti, Pd e Forza Italia. Entrambi, tuttavia, hanno bisogno di tempo per rimettere in linea di galleggiamento i rispettivi navigli. Per il momento, dunque, non ci sono altre soluzioni che tenersi il sindaco arancione, meglio che resti al suo posto e paghi per tutti l’incombente default della città. E per noi, intristiti spettatori della catastrofe, tra promesse e schiaffoni, non resta che sperare di salire indenni sulla prossima giostra.