Napoli “città ribelle, ma non è Barcellona!

di Peppe Papa

da www. Cityweeknapoli.it

Un treno di metropolitana ogni tre minuti, autobus in superficie che viaggiano tutti a metano, poco traffico, colonnine per auto elettriche ovunque, utilizzo imponente di bike sharing che funziona a meraviglia, parcheggi privati diffusi con pagamento di sosta effettiva e non a frazione di ora, semafori a led che sono una realtà da almeno 15 anni e praticamente senza manutenzione (se non ogni cinque/sei anni). Stiamo parlando di una delle “città ribelli” europee più famose al mondo. No, non è Napoli, come il sindaco partenopeo, Luigi De Magistris va raccontando in giro, ma di Barcellona, guidata da Ada Colau, anche lei movimentista come il nostro e senza un vero partito alle spalle, eletta a furor di popolo nel 2015. E, ahinoi, Napoli benché ribelle, non è Barcellona. C’è qualcosa che non quadra. Soprattutto quando poi, il paragone con la metropoli catalana, si sposta dalla mobilità al settore dei servizi generali. Burocrazia snella e quasi tutta on line, in rete si fissano appuntamenti con l’amministrazione pubblica e si timbra al collocamento. L’urbanistica non conosce soste dai tempi delle Olimpiadi del ’92: se ci sono intoppi si procede con poche chiacchiere ad abbattimenti, espropri e nuovi disegni della città.
No, dalle nostre parti, non va proprio in questo modo: non si riesce ad incassare le multe, far pagare il canone alle famiglie occupanti, abusive o no, dell’edilizia comunale, riscuotere le tasse municipali, chiudere cantieri aperti da tempo immemore e via così di inefficienza in inefficienza. Senza parlare delle questioni urbanistiche, e qui non ci riferiamo al centro antico patrimonio Unesco (menomale!), ma ad un’ex area industriale per fare un esempio, come il lungomare di Bagnoli, dove tra fallimenti di società pubbliche, finta bonifica, polemiche, ripicche istituzionali, è ancora più o meno tutto fermo. Dal governo fanno sapere (il Comune, come noi, è in attesa che da Palazzo Chigi arrivi il “fine lavori”) che tra forse meno di due anni sarà tutto a posto dal punto di vista ambientale. Toccherà poi mettersi d’accordo su cosa se ne vorrà fare, in riguardo alla destinazione d’uso, dei due milioni di metri quadri del polo industriale dismesso. Ed è tutto da vedere. Forse il nostro primo cittadino si riferiva al forte senso di identità del popolo catalano, a proposito di similitudini all’aggettivazione “ribelle” con cui ha marchiato la città da lui amministrata. Questa la spiegazione consegnata alle pagine del magazine ‘Left’ qualche tempo fa: “L’esperienza della città di Napoli va raccontata insieme a quella di altre grandi città del mondo, come Barcellona, Atene e altre ancora, perché qui il popolo è diventato protagonista del suo destino. Si è rotto un sistema, non ci sono più guinzagli che legano Napoli ad apparati partitocratici o sistemi mafiosi, a lobby, congreghe o circuiti di potere politico né locali, né regionali o nazionali. La gente senza potere, in particolare i giovani ma anche una nuova borghesia illuminata, si è messa a fare politica nella nostra città…Abbiamo dato una visione internazionale a Napoli, resistendo ai tentativi di occupazione istituzionale e alle politiche di austerità. È chiaro che siamo oltre l’esperienza amministrativa”. Oltre l’esperienza amministrativa (sic!). Si dà il caso che a Barcellona, così come in tutta la Catalogna, la sensibilità autonomista, indipendentista, nazionalista, sia un sentimento molto forte da secoli ed è ancora viva la lotta per staccarsi dalla Spagna. Eppure i rapporti con Madrid sono improntati al rispetto e alla sana competizione. Non esattamente quello che si è visto in riva al golfo negli ultimi anni. Dove vige la regola, questa sì maneggiata con cura dall’amministrazione “rivoluzionaria” targata DeMa, dell’anarchia e dell’indolenza tipiche caratteristiche delle genti partenopee e della sfida continua alle istituzioni centrali. Be’, se così non fosse, Napoli sarebbe un altro luogo e non ne staremmo neanche parlando. A quei cittadini, che probabilmente dato il clima che si respira in giro, cui un po’ di autentico ribellismo è rimasto, non resta altro da fare che aspettare il prossimo giro (salvo cataclismi) e non astenersi, ma ritornare a votare. Basta lamenti!

 

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Pd, Bassolino e il ruggito del vecchio leone

Ha deciso di restare nel Pd e dare battaglia fino al suo “ultimo filo di voce” ricompattare intorno a se il cittadino comune, il popolo dei mercatini rionali e dei padri di famiglia che stentano ad arrivare a fine mese, della vecchia base operaia di cui è stato sempre punto di riferimento, degli intellettuali ritiratisi a vita privata, oltre quella parte numerosa della migliore borghesia napoletana che è rimasta finora ad assistere impotente alla deriva paranoica e plebiscitaria di un sindaco “guascone” e inconcludente che sta precipitando la città verso l’abisso. Antonio Bassolino è tornato più determinato che mai ad occupare lo spazio politico lasciato vuoto dall’inconsistenza del suo partito, frammentato in micro correnti specchio viziato delle divisioni interne nazionali, restando renziano “critico”, proponendosi testa di ponte a sinistra (ciò che serve al giovane uomo di Rignano nella sua corsa alle primarie del 30 aprile) non solo a livello locale e creando un suo personale network di lavoro (Carlo Porcaro sul Mattino l’ha battezzato come nuova corrente)  che fa capo alla Fondazione Sudd di cui è presidente. Mai momento fu più propizio per lanciarsi nella bagarre e giocarsi le proprie carte da protagonista del ‘tavolo’ e non da comprimario come hanno tentato di ridurlo trascurandone la tenacia. Tutto torna, ed è difficile da contraddire. Aveva previsto già nel 2011 la deriva cui stava consegnandosi il partito a Napoli, quando, inascoltato, sottolineò  il pericolo di primarie indette per disputarsi le spoglie del suo quasi ventennale sistema di potere, proponendo un accordo bonario su un “papa nero”  che, se pur destinato a perdere, avrebbe almeno tenuto botta arrivando a disputare il ballottaggio. Non fu preso in considerazione, complici anche le vicissitudini giudiziarie da cui è uscito poi immacolato, e finì come tutti sanno: la città in mano ad un folle “proto borbonico-giacobino” che sta procurando più danni di quanti quel 60% di napoletani che si sono astenuti dal voto nelle ultime due consultazioni amministrative potevano mai immaginare. Aveva avvertito, pazienza. D’altronde da Roma non è stato mai fatto mistero di voler fare a meno del suo contributo fino a coalizzare tutte le consorterie locali interne contro la sua candidatura alle ultime primarie perse, poi per una manciata di voti e un lungo strascico di polemiche e carte bollate.  Il risultato? Un disastro. Partito fantasma, Napoli in preda alla più totale anarchia e nessuno che sembri avere le stimmate per porvi rimedio. Tranne che affidarsi nuovamente a lui, il sindaco del “Rinascimento napoletano”, così come ancora adesso nel mondo ( e non è un’esagerazione) è ricordato. Una opportunità per Renzi, impegnato in una difficile dimostrazione di forza della sua leadership, di dare seguito a quel “noi” propugnato al Lingotto facendo fede sul sostegno di personalità politiche affidabili, esperte e dall’assoluto carisma . E Bassolino è uno di questi per buona pace dei suoi detrattori. Lo ha dimostrato proprio nel corso della campagna elettorale per le primarie e nella successiva fase di metabolizzazione della mortificante sconfitta, dove quotidianamente sui social e su tutti i media pronti a riportarne ogni sospiro, ha pungolato, criticato e dettato la linea, benché  avversata con i risultati che sappiamo. Il vecchio leone ruggisce, impossibile non prestargli attenzione. Sarebbe fatale.

E Lettieri si butta a sinistra…

Gianni Lettieri, candidato sindaco per il centrodestra sconfitto al ballottaggio da De Magistris, pronto a schierare gli eletti delle sue liste civiche con il centrosinistra in consiglio comunale e nei parlamentini delle municipalità. L’annuncio fragoroso è arrivato con un post di Pietro Diodato sul suo profilo Facebook nel quale, l’ex consigliere regionale di Fdi, ha raccontato del clamoroso voltafaccia dell’imprenditore napoletano avvenuto nel corso di “una cena il 21 giugno scorso con lo staff e i neo-consiglieri” in cui è stata impostata la linea politica da tenere per il prossimo futuro del ‘movimento’ di cui è a capo. “Con la nostra lista Napoli Capitale – ha raccontato con una punta di amarezza Diodato  – abbiamo espresso più di una perplessità circa la candidatura di Lettieri a sindaco di Napoli, ed infatti presentammo un nostro sfidante (Enzo Rivellini, ndr). Non lo ritenevamo, tra l’altro, politicamente e culturalmente espressione di un’area di centrodestra e che era troppo legato a Bassolino, Cozzolino, De Luca e in ultimo a Renzi. Ma non volevamo assumerci la responsabilità di far perdere il cosiddetto centrodestra e per questo alla fine convergemmo sul suo nome. Oggi Lettieri, a conferma dei nostri dubbi ha confessato pubblicamente agli eletti con le sue liste che la sua area di riferimento nel prosieguo sarà quella del Pd….Ne prendiamo atto!”. In verità la notizia girava già da qualche giorno, soprattutto in ambienti Pd, qualcuno maliziosamente come è di casa di questi tempi tra i Democratici parlava di Lettieri e dei suoi come la “quinta colonna del vecchio ‘amico’, il governatore Vincenzo De Luca, nell’aula di via Verdi e a Palazzo San Giacomo”. Ad alimentare le veline anche un incontro di qualche giorno fa con la capogruppo del Pd, Valeria Valente per discutere di possibili sinergie tra le opposizioni nell’assise cittadina. Così come ad avvalorare le ‘certezze’di Diodato ci si è messa pure la nomina di un fedelissimo di Bassolino, Salvatore Guerriero nella segreteria della formazione politica in Consiglio, incarico questo solitamente affidato a persone di provata fiducia.  “Anche la richiesta di avere come dipendente nel gruppo consiliare un vigile urbano, ex consigliere comunale del Pd – ha affermato sdegnato l’esponente di ‘Napoli capitale’ – deve essere letta come un ulteriore segnale di vicinanza a Renzi,da parte di Lettieri. In consiglio comunale non parteciperemo ad alcun incontro di centrodestra che veda la presenza di Lettieri, se quest’ultimo non chiarisce la propria collocazione politica”. A rendere la cosa come minimo singolare, la presenza nelle fila di ‘Prima Napoli’ di Marco Nonno, uno dei tre eletti della lista. Nonno è un uomo che per storia umana e politica, oltre che per vicende giudiziarie legate alla sua fede ideale, più di destra non si può, come potrebbe accettare una tale compromissione? “Si è evidentemente rimangiato il saluto romano per schierarsi con Lettieri” ha commentato sarcastico Diodato, suo antico sodale.  Intanto l’ex presidente degli industriali partenopei non parla, inutile cercarlo, ha fatto sapere che ricomincerà a dialogare con la stampa solo a settembre , forse. Non è chiaro se si dimetterà, anche se Vincenzo Moretto, primo dei non eletti della lista e in predicato di prenderne il posto, si dice sicuro di sì. “Ci siamo incontrati e mi ha assicurato che sarebbe andato via, ma non subito – ha spiegato  – non vuole fare apparire la cosa come una fuga”. Mentre Moretto resta fiducioso c’è chi invece è convinto che Lettieri stia preparando un “veicolo civico” da schierare ai prossimi appuntamenti elettorali – a partire dal referendum costituzionale – e che quindi non ha nessuna voglia di smantellare il giocattolo, dopo quello che gli è costato in termini di tempo, denaro e prestigio, per “puntare decisamente ad un posto in parlamento nella prossima legislatura”.

Palazzo San Giacomo, la ‘resistibile’ ascesa del Chàvez vesuviano

La campagna elettorale per decidere chi dovrà essere il prossimo sindaco di Napoli è entrata ormai nel vivo, ma il vuoto di idee, di programmi, di iniziative politiche di spessore e, soprattutto, l’assoluta mancanza di ‘emozioni’, ne hanno già decretato l’esito. Ci si avvia insomma alla riconferma dell’attuale primo cittadino che è riuscito nella improba impresa di rappresentare l’unica alternativa a se stesso. Un fuoriclasse De Magistris nello sfruttare tutte le debolezze dei propri avversari, approfittare della loro inconsistenza sul piano della dimensione politica nazionale. Gli è bastato contrapporre lo spirito identitario dei partenopei al “governo che affama il popolo” per neutralizzare il principale format su cui ha puntato la candidata più temibile, quella del Pd, Valeria Valente. Vale a dire la sfilata di mezzo consiglio dei ministri in città al suo fianco, compreso il Presidente, che ha sortito l’effetto di indispettire ancora di più gli animi del ‘popolino’ napoletano il quale, per definizione, è “sempre contro” il timoniere di turno. Per ciò che riguarda i Democratici c’è da dire, però che già si erano fatti male da soli con le solite primarie ‘pezzotte’ e l’esclusione di Antonio Bassolino che paradossalmente sembrava essere la vera novità della competizione, l’unico in grado di potere insidiare il sindaco uscente. In pratica con il Pd la partita è chiusa, anzi dicono che molto del voto di opinione smosso dall’inerzia degli ultimi anni proprio dall’ex governatore, sia orientato a spostarsi su DeMa, se non altro per una questione di ripicca verso Renzi e l’irrilevanza del partito locale. Si può capire. Ancora più chiara è la supremazia nei confronti dell’altro competitor sulla carta performante, cioè Gianni Lettieri. Doveva essere lo sfidante di tutto il centro destra per giocarsi la rivincita, invece si è ritrovato a capo di una serie di liste civiche, qualche partitino e il solo significativo appoggio di quel che resta di Forza Italia. Un po’ poco considerando che una parte del vecchio fronte, Fdi con Taglialatela e Rivellini con i reduci della destra sociale, ha deciso di fare da solo, salvo cambi di scenario più o meno improvvisi che sono sempre possibili. In tutti i casi il nostro ‘Chàvez vesuviano’ è sicuro di batterlo al ballottaggio, sempre che ci arrivi. Nell’eventualità sa di poter contare sul “soccorso rosso” dei ‘piddini’ che pur turandosi il naso alla fine lo voteranno senza “nulla a pretendere”, come l’altra volta. Con i Cinque Stelle, poi la questione è comica, a partire dal nome del candidato, Brambilla, che più lombardo non si può, infatti è emigrato da Monza (beh, capita anche questo) e pare che sia pure tifoso della Juventus. Certo, questo non vuol dir niente, figuriamoci se un cognome e la fede per una squadra di calcio può determinare le capacità di una persona nell’amministrare un governo cittadino. Ma, pensano in molti di quelli che “i politici sono tutti ladri”, meglio non provare. In verità DeMa contava di convincerli a fare fronte comune, “meglio non disperdere voti” diceva, i grillini però sono stati inamovibili, in fondo a loro basta mettere piede a Via Verdi, vincere l’intera posta sanno bene che al momento non è nelle loro corde, Napoli è una città troppo complicata da gestire con i clic. Anche con la bandana in testa in verità, ma questa è un’altra storia.

“Nato con la camicia”, De Magistris (quasi) senza avversari verso la riconferma

Bassolino ormai out che riflette con i gatti suoi e quelli degli altri, il Pd in cerca d’autore, il centrodestra frantumato con Lettieri nuovamente ‘testa di legno’  di uno schieramento senza bussola dopo il collasso giudiziario di Nicola Cosentino, i 5 Stelle che diventano 6 perché i “cittadini” sono tanti  e possono pensarla in modo diverso, la città già tempo “derenzizzata” che trova in questa formula l’orgoglio della propria ‘speciale’ identità. De Magistris è veramente un uomo fortunato, nato con la camicia, come si dice. La riconferma a sindaco di Napoli è praticamente quasi una formalità. Campagna elettorale in discesa per manifesta inconsistenza degli avversari e sguardo proiettato al futuro. Nessuno, fino a qualche settimana fa, avrebbe puntato un euro bucato sulla sua permanenza a Palazzo San Giacomo, poi le cose hanno preso una piega diversa, il contesto è cambiato e lui è stato bravo a cogliere l’occasione inaspettata. Grazie all’ennesimo harakiri del Pd con le primarie che hanno catalizzato per settimane l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica con il loro controverso epilogo, ha avuto l’abilità di spostare l’attenzione  – già di per sé flebile  – dai suoi indubbi fallimenti amministrativi al terreno a lui più congeniale della lotta ai “poteri forti”, agli speculatori di professione, al governo ladro che affama il popolo e vuole mettere le “mani sulla città”. Una narrazione capace di toccare le corde giuste del sentiment dei napoletani, soprattutto quelli che normalmente non vanno a votare e sono tanti, più del 40%: forte senso identitario, indolenza e ‘civile’ anarchia. Uno così come si fa a non considerarlo, nel bene e nel male, un punto di riferimento per una comunità arrabbiata, disincantata, o semplicemente indifferente? Insomma lui c’è, i suoi avversari no. Galleggiano impotenti, rassegnati a fare da gregari alla sua corsa verso il secondo mandato. In fondo ognuno di loro, comunque vada, otterrà il proprio tornaconto. Valeria Valente si è già assicurata la rielezione alla Camera dei deputati con un posto in lista blindato per essersi prestata ‘cinicamente’ a sostenere la definitiva rottamazione del suo padrino politico, Antonio Bassolino. I 5 Stelle riusciranno finalmente a mettere piede nell’assemblea cittadina di via Verdi, dopo la figuraccia rimediata da Roberto Fico nel 2011 (sì, è vero, erano altri tempi). A destra i vari Taglialatela (Fdi), Rivellini (ex An, Pdl, Fi ecc.) avranno modo di testare le proprie truppe in vista delle elezioni politiche, loro principale focus, quando ci saranno. L’unico a crederci ancora sembra sia Gianni Lettieri il quale, dicono, ha già speso un barca di quattrini per la campagna elettorale, iniziata da mesi, che si ritrova ad essere sostenuto al momento solo da quel che resta di Fi a Napoli e da qualche lista civica di incerta consistenza elettorale. Troppo poco per potere insidiare il vincitore annunciato anche se conta di arrivare almeno al ballottaggio e lì giocarsi la partita nella speranza di ricompattare la coalizione e giovarsi anche dell’aiuto di un po’ di bassoliniani delusi e gonfi di rancore. In questo quadro, dunque, De Magistris, che nel frattempo taglia nastri, inaugura mostre, palestre, recluta personale precario nei quadri del Comune e quant’altro, ha solo il dubbio se vincerà al primo turno, o dovrà arrivare al secondo dove probabilmente farà il pieno di voti anche di gran parte  dei ‘piddini’ così come accadde alle precedenti amministrative. Certo, può sempre capitare l’imponderabile, tipo che Bassolino faccia marcia indietro e decida di candidarsi contro e a dispetto del suo partito. Ma questa sarebbe un’altra storia, dagli esiti incerti e dalle profonde implicazioni politiche, tutta da raccontare.

Bassolino sfida il Politburo del Pd, “passo dopo passo” verso la lista civica

Il Politburo del Partito Democratico ha deciso “non è successo niente”, Antonio Bassolino incassa e rilancia dando appuntamento ai suoi supporter domani mattina  al teatro Augusteo, dove spiegherà le ragioni di una scelta che era nell’aria da tempo e che le primarie con ‘l’aiutino’ vinte dalla Valente hanno accelerato. La candidatura con una lista civica autonoma, la sfida in campo aperto a quello che ormai sente come il suo ex partito e a tutti gli altri competitor per Palazzo San Giacomo, convinto di poterla spuntare. L’annuncio però, probabilmente per ragioni tattiche, non dovrebbe arrivare nel corso dell’appuntamento, ma solo qualche giorno più avanti, quando il nuovo ricorso che si appresta a presentare proprio per dimostrare di non avere lasciato niente di intentato per evitare la rottura, sarà nuovamente respinto, come già hanno fatto sapere da Roma. L’incontro all’Augusteo, dunque, servirà solo a fare “il punto di quanto accaduto domenica, ma anche un’occasione per contarci” ha detto. Insomma, chi credeva che si sarebbe fatto da parte “disgustato” dopo le pratiche truffaldine emerse ai seggi in alcuni quartieri popolari, documentati dai filmati dei giornalisti di Fanpage.it determinanti ai fini della vittoria di Valeria Valente, deve rassegnarsi a trovarselo tra i piedi. E questa volta alle urne vere, quelle che contano. Ha deciso, non molla. In fondo si tratta di raggiungere il ballottaggio e la scalata non è impossibile. Il Pd dopo l’ennesima brutta figura delle primarie napoletane esce ancora più indebolito, è evidente che l’operazione di eliminarlo dalla partita facendo blocco quasi totale dei capicorrente nazionali e locali, non è riuscita. Inoltre, sono in tanti i militanti e simpatizzanti che non l’hanno votato ad essere rimasti disorientati dall’inaspettato epilogo della vicenda e potrebbero decidere di cambiare idea seguendolo nell’avventura, riconoscendogli il carisma e la tenacia del vero leader cui affidare le proprie speranze. Così come non trascurabile sarebbe per lui poter correre senza la zavorra di una partito ormai screditato tra l’opinione pubblica che gli gioverebbe nell’allargamento del campo delle alleanze e del voto di opinione che è stato fin qui il suo principale asset. Per il resto è sicuro, stando a quel che dicono i suoi più stretti collaboratori, di potersela vedere con “buone chance” di spuntarla contro gli altri avversari, a suo dire “sovrastimati in questa fase e destinati a calare alla distanza” quando sarà vera partita. De Magistris per ora gioca sul velluto, la sua unica preoccupazione sono i Cinque Stelle che ha tentato finora senza successo di blandire, Lettieri il candidato di un centrodestra frantumato, non lo impensierisce più di tanto lo ha già battuto nel 2011. L’incognita grillini invece potrebbe risultare determinante e mettere a rischio anche la possibilità di arrivare al ballottaggio. Certo Napoli non è Livorno o Parma, il Movimento non sembra molto convinto di correre per vincere, preferirebbe per il momento tenersi lontano da situazioni amministrative complicate come nel capoluogo partenopeo o addirittura nella Capitale. Ma niente è dato per sicuro, prima o poi pure devono cominciare a misurarsi con qualche grande metropoli se aspirano a governare il Paese. Dell’ex presidente dell’Unione industriali napoletana, già si è detto, Lettieri ci sta riprovando rifondendoci, dicono, qualche milione (tre azzarda qualcuno), la sua campagna è impostata tutta sull’immagine dell’uomo del fare nato dal niente in grado di dare risposte concrete ai problemi della città e dei suoi abitanti. Un po’ datata in verità, “ma che ancora seduce“, affermano quelli dello staff di giovani teste d’uovo che lo sta affiancando nella campagna elettorale. Intanto Fdi-An, la destra di Rivellini, Ronghi, Diodato e anche all’interno di Fi, vedi Laboccetta, non ne vogliono sapere e continuano a chiedere primarie, addirittura il partito della Meloni ha candidato Marcello Taglialatela con una sfilza di manifesti 6×3 esposti in tutta la città.  Il quadro come si vede, consente ad Antonio Bassolino di professarsi ottimista. Come dicevamo, quel che conta è arrivare al ballottaggio dove è persuaso di vincere contro chiunque, avendo nel frattempo piegato, questo è certo come la morte, renziani e non alla sua causa facendogli il favore di restare in partita. Lo strappo sarà ricucito e si aprirà una nuova stagione.

Primarie Pd, tra azzardo e paura: la scommessa di Andrea Cozzolino

Schierato apertamente con Valeria Valente, anzi, ispiratore e garante della sua candidatura alle primarie, prova a scrollarsi di dosso una volta per tutte l’ingombrante destino di “eterno delfino” di Antonio Bassolino. Una scommessa, allo stato dell’arte per Andrea Cozzolino, che non ammette opzioni: dentro, o fuori. L’occasione è quanto mai topica, è giunta l’ora di mettere sul tavolo le proprie carte, che poi sono i voti di cui si ‘dispone’, per giocarsi la partita fino in fondo. Vincerla, significherebbe non solo portare a termine il parricidio tentato a partire dalle disastrose primarie del 2011, ma soprattutto conquistare l’agognata leadership di un’area di consenso importante del centrosinistra campano di cui proprio Bassolino è stato principale punto di riferimento. E il problema  sta tutto qua, cioè andare a vedere il piatto e scoprire se lo è ancora punto di riferimento dopo cinque anni di esilio e di contumelie nei suoi riguardi. Insomma: “il presidente” ce li ha ancora i suffragi, o il suo delfino – che nel frattempo è diventato squalo – se li è mangiati tutti?  E’ tutta qui la scommessa. Perderla, evidentemente, significherebbe per Cozzolino il definitivo anonimato a Strasburgo e forse la fine della sua stessa carriera politica. Il rischio è elevato. Non può sbagliare una mossa, lo sa, e qualche timore lo mostra. Dopo l’endorsement pubblico alla Valente di alcuni giorni fa, non si è più fatto vivo, così come altri vecchi “portatori d’acqua” bassoliniani  che avevano promesso di dare una mano. E non depone certo a favore neanche la presa di posizione decisa di un altro pezzo da novanta della figliata dell’ex governatore, Antonio Marciano che con un secco post su Facebook  ha fatto sapere di non essere tra i ‘congiurati’.  Dunque “massima cautela” e verifica delle ‘bocche di fuoco’, prima di compiere azioni avventate. Certo, un atteggiamento del genere non gioca a favore, Bassolino è un osso duro e già ne sta approfittando. Ha ricominciato lì dove aveva lasciato, quando preso dall’autostima euforica del ‘potere’ – catapultato prima nel governo nazionale, poi a Palazzo Santa Lucia – decise che quella del sindaco fosse una stagione finita. Da mesi in campagna elettorale gira per i quartieri, incontra la pancia della città, con umiltà ci mette la faccia entrando nelle case della gente, dispensa pensieri saggi, non trascurando il necessario aplomb istituzionale e un pensiero gentile anche per i suoi avversari. Tutti, compresi De Magistris e Lettieri il quale, tra l’altro, nutre per lui un ‘imbarazzante’ rispetto. I sondaggi, per quello che valgono, al momento lo danno in vantaggio e questo accresce l’ansia di prestazione, Cozzolino se vuole venirne a capo deve a questo punto battere un colpo. Che sia fragoroso, il tempo stringe e questa ha tutta l’aria di essere una ‘guerra’ dove non saranno fatti prigionieri.