Pd, Bassolino e il ruggito del vecchio leone

Ha deciso di restare nel Pd e dare battaglia fino al suo “ultimo filo di voce” ricompattare intorno a se il cittadino comune, il popolo dei mercatini rionali e dei padri di famiglia che stentano ad arrivare a fine mese, della vecchia base operaia di cui è stato sempre punto di riferimento, degli intellettuali ritiratisi a vita privata, oltre quella parte numerosa della migliore borghesia napoletana che è rimasta finora ad assistere impotente alla deriva paranoica e plebiscitaria di un sindaco “guascone” e inconcludente che sta precipitando la città verso l’abisso. Antonio Bassolino è tornato più determinato che mai ad occupare lo spazio politico lasciato vuoto dall’inconsistenza del suo partito, frammentato in micro correnti specchio viziato delle divisioni interne nazionali, restando renziano “critico”, proponendosi testa di ponte a sinistra (ciò che serve al giovane uomo di Rignano nella sua corsa alle primarie del 30 aprile) non solo a livello locale e creando un suo personale network di lavoro (Carlo Porcaro sul Mattino l’ha battezzato come nuova corrente)  che fa capo alla Fondazione Sudd di cui è presidente. Mai momento fu più propizio per lanciarsi nella bagarre e giocarsi le proprie carte da protagonista del ‘tavolo’ e non da comprimario come hanno tentato di ridurlo trascurandone la tenacia. Tutto torna, ed è difficile da contraddire. Aveva previsto già nel 2011 la deriva cui stava consegnandosi il partito a Napoli, quando, inascoltato, sottolineò  il pericolo di primarie indette per disputarsi le spoglie del suo quasi ventennale sistema di potere, proponendo un accordo bonario su un “papa nero”  che, se pur destinato a perdere, avrebbe almeno tenuto botta arrivando a disputare il ballottaggio. Non fu preso in considerazione, complici anche le vicissitudini giudiziarie da cui è uscito poi immacolato, e finì come tutti sanno: la città in mano ad un folle “proto borbonico-giacobino” che sta procurando più danni di quanti quel 60% di napoletani che si sono astenuti dal voto nelle ultime due consultazioni amministrative potevano mai immaginare. Aveva avvertito, pazienza. D’altronde da Roma non è stato mai fatto mistero di voler fare a meno del suo contributo fino a coalizzare tutte le consorterie locali interne contro la sua candidatura alle ultime primarie perse, poi per una manciata di voti e un lungo strascico di polemiche e carte bollate.  Il risultato? Un disastro. Partito fantasma, Napoli in preda alla più totale anarchia e nessuno che sembri avere le stimmate per porvi rimedio. Tranne che affidarsi nuovamente a lui, il sindaco del “Rinascimento napoletano”, così come ancora adesso nel mondo ( e non è un’esagerazione) è ricordato. Una opportunità per Renzi, impegnato in una difficile dimostrazione di forza della sua leadership, di dare seguito a quel “noi” propugnato al Lingotto facendo fede sul sostegno di personalità politiche affidabili, esperte e dall’assoluto carisma . E Bassolino è uno di questi per buona pace dei suoi detrattori. Lo ha dimostrato proprio nel corso della campagna elettorale per le primarie e nella successiva fase di metabolizzazione della mortificante sconfitta, dove quotidianamente sui social e su tutti i media pronti a riportarne ogni sospiro, ha pungolato, criticato e dettato la linea, benché  avversata con i risultati che sappiamo. Il vecchio leone ruggisce, impossibile non prestargli attenzione. Sarebbe fatale.

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Pd in coma, non resta che affidarsi a Bassolino che aveva previsto tutto. Anche se per ora manca il coraggio!

Il convitato di pietra del Pd locale (e non solo) Antonio Bassolino lo aveva detto: per rimettere in piedi il partito “si deve rifare tutto: commissariare il Pd provinciale e regionale con persone autorevoli e fuori dalle rigide correnti. Azzerare l’attuale tesseramento militarizzato e lottizzato. Bisogna preparare un congresso di rifondazione. Bisogna dare al partito un corpo (iscritti veri), una testa (un gruppo dirigente), un’anima. Dobbiamo muoverci subito, con responsabilità e passione politica”. Un grido d’allarme inascoltato, evidentemente, visto i progressivi passi falsi in cui è incappato l’establishment  dei dem partenopeo fino alla triste vicenda “listopoli” di questi giorni. Da Roma, dove finora hanno nascosto la testa sotto la sabbia (per mero calcolo politico, risultato sbagliato all’alba del 5 dicembre scorso) hanno battuto un colpo. Affidato a Francesco Nicodemo, napoletano e renzianissimo addetto alla comunicazione di Palazzo Chigi, che in una intervista al Cormez a cura di Simona Brandolini, ha sostanzialmente dato ragione all’ex governatore della Campania affermando: “Da luglio del 2015 il partito provinciale andava commissariato. Dopodiché la maggioranza del partito pensa di poter andare avanti in questo modo: oggi non credo che un congresso possa bastare a ricostruire un gruppo dirigente vero”. E alla domanda sulle responsabilità di Renzi e al “lanciafiamme” promesso, la risposta è risultata un’amara ammissione: “I problemi di Napoli sono atavici. Se il congresso continua a essere una gara tra chi ha più tessere non cambia la situazione”. ‘Don Antonio’, intanto, si gode la soddisfazione di avere dimostrato ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, la propria statura politica e l’esperienza che continua a mettere a disposizione del partito il quale, colpevolmente, fa sempre più fatica ad ignorare . Nel frattempo non si è lasciato sfuggire l’occasione per lanciare un ulteriore segnale al “giovane Matteo” nel corso di una recente iniziativa organizzata in città da “Demonline”. Ad un certo punto del suo lungo intervento è stato perentorio: a Napoli “rischiamo di non esistere più. Altro che rischiare di prendere una bronchite, a Napoli il Pd è in sala di rianimazione. La provincia di Napoli è grande il doppio della città, ma dobbiamo sapere che Napoli è la testa, e un Pd senza Napoli è un Pd senza testa. Dobbiamo fare di tutto perché Napoli riacquisti questa funzione e che il Pd, qui in città, abbia la sua testa”. Il problema è la testa che manca. Ci ha provato De Luca a proporsi, mettendo in campo personalità, determinazione, decisionismo, capacità amministrative. Solo che una volta conquistato Palazzo Santa Lucia ha mostrato, suo malgrado, il respiro corto del politico di provincia incapace di calarsi nelle dinamiche di una metropoli difficile che ha pensato di trattare come una Salerno qualsiasi (con tutto il rispetto si intende per la splendida città). Ha con tutta evidenza fallito il tentativo di impadronirsi del partito che lo ha via via  mollato al punto da diventare ostile alle truppe cammellate dei notabili locali che lo avevano sostenuto nella corsa alle regionali (vedi Mario Casillo e Raffaele Topo). Fino a mancare l’appuntamento più importante, ai fini dell’accreditamento in chiave nazionale con l’allora premier in carica, del referendum, portando a casa il peggior risultato tra le regioni italiane nel confronto con i contrari alla riforma costituzionale proposta da Renzi. Nel frattempo, al di là della retorica sprecata sull’argomento, tra le giovani leve del partito non si intravedono talenti nuovi capaci di affrontare la sfida di una leadership che guardi al futuro. Desolanti, da questo punto di vista, le performance di alcuni aspiranti campioni della ‘rottamazione” che non sono andati oltre la scimmiottatura degli atteggiamenti e delle parole d’ordine del capo romano, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Il risultato è quello di un partito alla canna del gas, in coma profondo e un’unica possibilità per venirne fuori affidandosi a chi se ne ‘intende’. Decidere di commissariare l’organizzazione dando al “vecchio vicerè” i poteri per svolgerne la necessaria ‘manutenzione’, sarebbe forse troppo azzardato da parte del segretario, significherebbe avere coraggio e visione politica che francamente non sembrano al momento nelle sue disponibilità (la batosta referendaria lo ha decisamente indebolito), ma consentire un congresso azzerando – come suggerito non solo da Bassolino abbiamo visto – vertici, tesseramento e organismi di partito senza più alcuna autorevolezza e credibilità, rappresenterebbe il minimo sindacale. Un modo per verificare ambizioni, carisma e idee di chi pensa di avere le stimmate per guidarne la rinascita. Semplice? Sì, ma non crediamo che accada.

 

De Luca-De Magistris, una corona per due

Ad entrambi non mancano le qualità di arruffapopolo, uno smisurato ego e l’ambizione al comando senza mediazioni. Vincenzo De Luca e Luigi De Magsitris, vivono la stessa certezza, cioè quella di essere predestinati a governare il mondo. E poco male se questo sia circoscritto, ahinoi, alla capitale del sud. Napoli è il mondo – non sono stati i primi a pensarlo – pertanto battagliano per conquistare lo scettro del comando, la corona di viceré, forzatamente lasciata in eredità da Antonio Bassolino. Che è poi l’unico modo per avere una non secondaria voce in capitolo nel gioco politico nazionale e nelle logiche di potere tradizionale. Poco importa se ne hanno le qualità – loro ne sono convinti ovviamente – quel che conta è centrare l’obiettivo mettendo in campo ognuno le proprie capacità cercando di prevalere sull’avversario. Lo scontro è cruento, nelle ultime settimane è trasceso a livello di imboscate, ai limiti del “vaffa’” reciproco. Mai prima d’ora c’era stato un grumo di tensione tanto intenso tra le due principali istituzioni di governo locale. Mai Palazzo santa Lucia e Palazzo San Giacomo si erano guardati così in cagnesco. D’accordo su niente e accuse reciproche sulle principali questioni che riguardano la vita dei cittadini da loro amministrati: la gestione dei fondi europei, quella dei rifiuti, delle risorse idriche, delle Universiadi e degli impianti sportivi, della riqualificazione di Bagnoli, della sanità e della sicurezza urbana; fino alla più banale querelle sulla mancata diretta Rai della festa di Capodanno. A nulla sono serviti i “pacificatori”, il fratello Claudio per il sindaco e Fulvio Bonavitacola, vice presidente della giunta regionale, per il governatore, le schermaglie sono proseguite senza sosta e non sembra sia possibile al momento una ricomposizione. E’ nella natura stessa della contesa che prevede un solo vincitore e nessun pareggio. La posta è alta, questione di vita o di morte, ne va del proprio futuro. Per De Luca sarebbe la consacrazione, dopo un trentennio di ‘umiliazioni’ all’ombra di Bassolino – amministrando con efficienza e mano ferma la sua Salerno  (praticamente un quartiere cittadino del capoluogo) – delle sue doti di indefesso condottiero per il riscatto del “popolo oppresso”. Per De Magistris, che condivide la stessa paranoia, la certezza di non implodere nell’anonimato più totale e trovarsi nella condizione di dover riscrivere il proprio percorso umano in un alveo di indeterminatezza identitaria. Intanto, sia l’uno che l’altro, devono fare i conti con una borghesia napoletana, indolente, spesso un po’ cialtrona, che è l’ago della bilancia delle loro fortune postume e poco propensa a fare sconti, soprattutto agli ‘estranei’ ai propri interessi. I segnali di scontento non sono mancati. “Il tema del rapporto con Napoli – ha scritto qualche giorno fa su Fb l’ex senatrice Pd, Graziella Pagano, una delle principali teste di ponte di De Luca della città che conta, in un accorato messaggio al governatore – quella che ti ha fatto vincere le elezioni regionali è lì sul tavolo. La Giunta è insufficiente…ma non per incapacità, solo che manca la politica…non Enzo, la politica politicante, ma quella straordinaria missione civile che tu ed altri, fra cui la sottoscritta, hanno imparato ad amare in quella meravigliosa comunità che era il Pci. Rifletti”. Un avvertimento che non è mancato neanche per il sindaco che, tra una polemica e l’altra con Roberto Saviano, la gestione di ‘Nalbero alla rotonda Diaz , quella della irrispettosa movida nel salotto buono cittadino a Chiaia e le discutibili scelte in materia di sicurezza, ha incassato gli strali di intellettuali e pezzi organizzati di quella società civile a lui più cara. Come andrà a finire nessuno può saperlo, di sicuro ci sentiamo di dire che “…Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore (cit. Matilde Serao)”. Speriamo.

 

 

 

Bassolino isolato, resetta la strategia

Da Roma sono stati chiari: “A Napoli di dimissioni, congresso e cose del genere non se ne parla prima del voto referendario, dopo vedremo”. Ad avere pronunciato la sentenza che chiude per il momento a qualsiasi ipotesi di contendibilità del partito nel capoluogo partenopeo, pare sia stato il più “democristiano” dei dirigenti democristiani del Pd, Lorenzo Guerini, regista dell’operazione di blindatura dell’organizzazione dall’assalto di Antonio Bassolino. Un osso duro l’ex governatore al quale non bisogna concedere nessun vantaggio, via quindi all’opera di logoramento: “Lasciarlo da solo ad urlare alla luna”, questa l’indicazione. Ed infatti è quel che sta accadendo. Dopo il disastroso risultato delle primarie seguito da quello del voto amministrativo, è cominciato un caotico rimpallo di responsabilità tra dirigenti, candidati, capibastone, militanti, senza uno straccio di convocazione degli organismi istituzionali per aprire un’ampia riflessione sul dopo-voto. Non sono mancati i veleni, di cui a farne le spese è stato soprattutto Bassolino, al quale è stata imputata la sconfitta. “E’ stata la sua ostinazione a non volere ammettere di essere finito – hanno fatto sapere i suoi indispettiti compagni di partito – a determinare il clima di sfiducia intorno alla coalizione che ci ha fatto soccombere”. Così, di questo passo, il “sindaco del Rinascimento” è finito nell’angolo, da dove spera di venirne fuori al più presto, anche se probabilmente ha capito di non avere in  questo momento molte frecce all’arco e che quindi sarà costretto a resettare la sua strategia. Da un po’ ha diradato i quotidiani post su Fb dove il principale bersaglio era il partito e le condizioni “comatose” in cui versava, anche i suoi più agguerriti e fedeli sostenitori hanno allentato le loro esternazioni su media e social dove denunciavano il “golpe” perpetrato dalla dirigenza che non si degnava di togliere il disturbo e convocare un congresso straordinario di rifondazione del Pd locale. Un incontro sul tema è previsto oggi pomeriggio alla Fondazione Sud, il quartier generale dei bassoliniani, e sarà probabilmente l’ultimo prima della pausa estiva. Se ne riparlerà a settembre. Una chiusura amara per Basssolino, aver perso le primarie è risultato esiziale, lo ha indebolito notevolmente, aver poi puntato sul disfacimento del partito a Napoli, è stata una scelta che all’evidenza non ha pagato. Il suo antico rivale, l’attuale governatore della Campania, Vincenzo De Luca, a capo del fronte ostile, questa volta sembra aver vinto la partita, o almeno il primo tempo. E’ lui il riferimento di Renzi e del Nazareno, nonostante conservi senza imbarazzi la “giusta” distanza tra sé e il partito. La principale preoccupazione del premier in questo momento è portare a casa il referendum costituzionale sul quale si gioca prestigio e leadership, figuriamoci se ha intenzione di mettere a rischio gli equilibri politici territoriali in qualsiasi parte del Paese e men che meno a Napoli. Bassolino e suoi, allora, devono mettersi il cuore in pace ed attendere, anzi darsi da fare per far vincere il sì. Su questo si era impegnato direttamente con il segretario alla vigilia del crack primarie, la Fondazione avrebbe fatto da base logistica, poi più niente. Non è chiaro, inoltre, il personale peso politico sui parlamentari napoletani, visto ad esempio che proprio uno dei suoi più vicini consiglieri, l’eurodeputato Massimo Paolucci, ha dichiarato il proprio convinto “no” alla riforma. Insomma, avrà di che meditare il “Presidente” questa estate, magari un po’ di aria delle Dolomiti potrà aiutare.

Vincere al primo turno è possibile, DeMa ci crede: ecco perchè

E’ un imperativo categorico, quasi una necessità, vincere al primo turno delle amministrative. De Magistris ci crede, dopo aver saggiato la scarsa consistenza dei suoi avversari principali, vale a dire il Pd e l’ex presidente dell’Unione industriali di Napoli Gianni Lettieri. Sarebbe meglio però evitare altre due settimane di campagna elettorale per affrontare un ballottaggio che di per sé è sempre motivo di ansia perché non si può mai sapere come va a finire (si sa come sono le cose della politica), fatto sta che ci sono tutte le condizioni per potere centrare il risultato al primo colpo. Una legittimazione importante, soprattutto per la sua futura  carriera politica che vede senza dubbio in chiave nazionale. L’arancione che non sbiadisce, ma che anzi tende al rosso e si fa riferimento del diffuso mondo del radicalismo nostrano, anti-governativo a prescindere, salottiero e festaiolo e, per quanto riguarda Napoli, della variegata cittadinanza anarchica ad ogni livello di ceto sociale che la popola. Riconfermarsi sindaco sarebbe il massimo. Ad agevolargli il compito, come dicevamo, le manifeste debolezze dei suoi competitor. Il Partito democratico, dopo una ruvida campagna per le primarie ha mostrato, con la controversa affermazione di Valeria Valente su Antonio Bassolino, la definitiva conclamazione della frammentazione correntizia e l’assoluta inadeguatezza dell’apparato dirigente ad affrontare la contesa. Alla fine è apparso chiaro a tutti, dopo la sfilata di ministri, sottosegretari, massimi vertici dell’organizzazione che l’hanno affiancata nel corso di tutta la corsa al voto, l’insolita attenzione del governo per la Campania con provvedimenti importanti e di forte impatto mediatico, o in ultimo l’ennesima discesa a Napoli del capo del Governo al comizio finale prima del silenzio elettorale, che Valente, nel caso di una improbabile vittoria, più che il sindaco sarebbe destinata a ricoprire al massimo (per essere buoni) il ruolo di amministratore delegato del governo nazionale in città. Insomma, sotto tutela. E di chi se non del governatore della Campania Vincenzo De Luca? Il quale, nell’eventualità, risulterebbe il vero trionfatore della partita, avendo conquistato il partito e fatto fuori Antonio Bassolino, suo storico antagonista. Il piano comunque sembra difficile possa funzionare, ai napoletani si sa piace avere gli interlocutori istituzionali a portata di mano, dover sperare che da Roma arrivino ordini e prebende non è una prospettiva che entusiasma i più, tuttavia questa è l’unica carta che i democrat hanno potuto spendere dovendosi muovere sulle macerie del partito locale. L’altro candidato, Gianni Lettieri, “l’imprenditore scugnizzo” come ama definirsi, pur avendo profuso una barca di quattrini (tutta roba sua per carità) a sostegno della propria candidatura si è ritrovato a fare i conti con un centrodestra litigioso e diviso, poco propenso a sostenerlo e una pletora di liste civiche dalle improbabili performance elettorali. Poco gradito nei salotti buoni della città, ha cercato il contatto con il popolo minuto, ha girato come un forsennato tra i quartieri cittadini, nei mercatini rionali, ‘lazzaro tra i lazzari’, nel tentativo di farsi capopopolo. Ci ha messo grinta e passione, una mano ha provato a dargliela anche Berlusconi schierando FI e Mara Carfagna con lui spalla a spalla nel rush finale della campagna elettorale. Si è convinto di potere arrivare al ballottaggio e a quel punto conquistare i voti in uscita del Pd (così come la Valente i suoi nel caso fosse lei ad arrivare seconda), proposito vagheggiato apertamente in alcune dichiarazioni fatte nelle scorse settimane. E non è escluso che qualche ammiccamento possa esserci se dovesse capitare di arrivare al secondo turno. Entrambi però non fanno i conti con l’astensionismo, previsto molto alto oltre il 40%, che gioca a favore tutto del sindaco uscente, soprattutto in caso di supplementari  – dove il numero di chi non si ripresenta ai seggi cresce fisiologicamente – e con la mancanza di certezze circa il fatto che i votanti del Pd, come quelli di FI e delle civiche di Lettieri, siano dati per acquisiti a prescindere, venendo meno anche la spinta delle municipalità dove chi ha vinto e chi ha perso è stabilito subito senza possibilità d’appello. Ci sono poi i Cinque Stelle i quali, accontentatisi di aver messo piede, come probabilmente accadrà, in consiglio comunale rappresenteranno una riserva di voti più propensi ad accasarsi con DeMa che con chiunque altro. Benvenuti, dunque, nella Repubblica popolare partenopea, la storia si ripete. Speriamo solo che non vada a finire male, come l’altra volta.

Comitati per il sì: Cozzolino vs Bassolino ultimo atto, Renzi spettatore ‘interessato’

I “Comitati per il sì”, nuovo fronte della lotta per la conquista della leadership del Pd e del centrosinistra a sud di Roma. A contendersela , non è una novità, Andrea Cozzolino e Antonio Bassolino. Il primo, intento a provare di conquistare l’eredità politica e di consenso del secondo (di cui è stato per anni fedele luogotenente), l’ex governatore impegnato, invece,  a succedere a se stesso dopo cinque anni di “esilio politico”  pagati in pegno a una gestione quasi ventennale del potere in Campania e del ruolo di primo piano come principale voce meridionalista nel partito nazionale. Sullo sfondo le elezioni amministrative sulla quali, a partire da Renzi, hanno messo entrambi una croce sopra. Irrimediabilmente  perse. A Napoli “sicuramente”.  Cozzolino, principale sponsor di Valeria Valente, pur continuando a fare il ‘minimo sindacale’  per la candidata Pd, ha bruciato tutti sul tempo dando vita al primo “Comitato per il sì” a Napoli e su tutto il collegio del Sud (Abruzzo, Campania, Calabria,  Basilicata, Molise e Puglia), con il sostegno dei socialisti di Gianni Pittella presidente del gruppo S&D del parlamento europeo. I due, qualche giorno fa, hanno presentato all’Hotel Alabardieri di Napoli la squadra che darà vita all’iniziativa referendaria, composta da autorevoli esponenti del mondo accademico, istituzionale e delle professioni. Del “direttivo civico” infatti fanno parte il funzionario dell’Eav Mario Bianchi , la pedagogista dell’Universita Partenope  Maria Luisa Iavarone , il costituzionalista  Giovanni Leone, il sociologo della Federico II  Luigi Caramiello, l’Internazionalista  dell’Ateneo federiciano Massimo Iovane , gli avvocati  Francesco Acanfora, Gianluca Lemmo, Francesco Musella, l’ingegnere del Politecinico napoletano il professore, Giorgio Ventre. Una importante rappresentanza dell’élite pensante partenopea, impegnata a coinvolgere il ceto medio riflessivo nella battaglia di modifica della Costituzione. Tutti in campo a sollecitare il voto di opinione, lo stesso su cui si è dimostrato campione Antonio Bassolino, primarie docet. Il quale, il suo comitato ha concordato direttamente con Renzi, nell’incontro a quattròcchi svoltosi nella prima visita in città del premier all’alba dell’ennesimo disastro primarie, di lanciarlo appena dopo le elezioni e il quasi certo commissariamento del partito locale che uscirà prevedibilmente malconcio dalla competizione. Con la sua Fondazione Sudd è pronto a diventare punto di riferimento nel Mezzogiorno, via referendum, del Partito della Nazione sbocco naturale del nuovo corso della politica italiana imposto dal “renzismo” imperante. Peccato che sia lo stesso obiettivo del suo ‘figlioccio’. Cozzolino, muovendosi in anticipo, ha dato prova di tenacia e convinzione di potersela giocare, nonostante il flop dell’endorsement a Valente. Il ‘presidente’ ha dalla sua, però la capacità di parlare alla pancia del napoletano comune, il “popolino” direbbe qualcuno meno ‘politicamente corretto’, oltreché al volgo cosiddetto colto. La partita è aperta per Cozzolino un avversario complicato da (ab)battere, ma anche una nuova occasione per tentare di portare a termine, finalmente con successo, il parricidio tanto a lungo agognato e perseguito senza esiti finora apprezzabili.

Palazzo San Giacomo, la ‘resistibile’ ascesa del Chàvez vesuviano

La campagna elettorale per decidere chi dovrà essere il prossimo sindaco di Napoli è entrata ormai nel vivo, ma il vuoto di idee, di programmi, di iniziative politiche di spessore e, soprattutto, l’assoluta mancanza di ‘emozioni’, ne hanno già decretato l’esito. Ci si avvia insomma alla riconferma dell’attuale primo cittadino che è riuscito nella improba impresa di rappresentare l’unica alternativa a se stesso. Un fuoriclasse De Magistris nello sfruttare tutte le debolezze dei propri avversari, approfittare della loro inconsistenza sul piano della dimensione politica nazionale. Gli è bastato contrapporre lo spirito identitario dei partenopei al “governo che affama il popolo” per neutralizzare il principale format su cui ha puntato la candidata più temibile, quella del Pd, Valeria Valente. Vale a dire la sfilata di mezzo consiglio dei ministri in città al suo fianco, compreso il Presidente, che ha sortito l’effetto di indispettire ancora di più gli animi del ‘popolino’ napoletano il quale, per definizione, è “sempre contro” il timoniere di turno. Per ciò che riguarda i Democratici c’è da dire, però che già si erano fatti male da soli con le solite primarie ‘pezzotte’ e l’esclusione di Antonio Bassolino che paradossalmente sembrava essere la vera novità della competizione, l’unico in grado di potere insidiare il sindaco uscente. In pratica con il Pd la partita è chiusa, anzi dicono che molto del voto di opinione smosso dall’inerzia degli ultimi anni proprio dall’ex governatore, sia orientato a spostarsi su DeMa, se non altro per una questione di ripicca verso Renzi e l’irrilevanza del partito locale. Si può capire. Ancora più chiara è la supremazia nei confronti dell’altro competitor sulla carta performante, cioè Gianni Lettieri. Doveva essere lo sfidante di tutto il centro destra per giocarsi la rivincita, invece si è ritrovato a capo di una serie di liste civiche, qualche partitino e il solo significativo appoggio di quel che resta di Forza Italia. Un po’ poco considerando che una parte del vecchio fronte, Fdi con Taglialatela e Rivellini con i reduci della destra sociale, ha deciso di fare da solo, salvo cambi di scenario più o meno improvvisi che sono sempre possibili. In tutti i casi il nostro ‘Chàvez vesuviano’ è sicuro di batterlo al ballottaggio, sempre che ci arrivi. Nell’eventualità sa di poter contare sul “soccorso rosso” dei ‘piddini’ che pur turandosi il naso alla fine lo voteranno senza “nulla a pretendere”, come l’altra volta. Con i Cinque Stelle, poi la questione è comica, a partire dal nome del candidato, Brambilla, che più lombardo non si può, infatti è emigrato da Monza (beh, capita anche questo) e pare che sia pure tifoso della Juventus. Certo, questo non vuol dir niente, figuriamoci se un cognome e la fede per una squadra di calcio può determinare le capacità di una persona nell’amministrare un governo cittadino. Ma, pensano in molti di quelli che “i politici sono tutti ladri”, meglio non provare. In verità DeMa contava di convincerli a fare fronte comune, “meglio non disperdere voti” diceva, i grillini però sono stati inamovibili, in fondo a loro basta mettere piede a Via Verdi, vincere l’intera posta sanno bene che al momento non è nelle loro corde, Napoli è una città troppo complicata da gestire con i clic. Anche con la bandana in testa in verità, ma questa è un’altra storia.