Pd in coma, non resta che affidarsi a Bassolino che aveva previsto tutto. Anche se per ora manca il coraggio!

Il convitato di pietra del Pd locale (e non solo) Antonio Bassolino lo aveva detto: per rimettere in piedi il partito “si deve rifare tutto: commissariare il Pd provinciale e regionale con persone autorevoli e fuori dalle rigide correnti. Azzerare l’attuale tesseramento militarizzato e lottizzato. Bisogna preparare un congresso di rifondazione. Bisogna dare al partito un corpo (iscritti veri), una testa (un gruppo dirigente), un’anima. Dobbiamo muoverci subito, con responsabilità e passione politica”. Un grido d’allarme inascoltato, evidentemente, visto i progressivi passi falsi in cui è incappato l’establishment  dei dem partenopeo fino alla triste vicenda “listopoli” di questi giorni. Da Roma, dove finora hanno nascosto la testa sotto la sabbia (per mero calcolo politico, risultato sbagliato all’alba del 5 dicembre scorso) hanno battuto un colpo. Affidato a Francesco Nicodemo, napoletano e renzianissimo addetto alla comunicazione di Palazzo Chigi, che in una intervista al Cormez a cura di Simona Brandolini, ha sostanzialmente dato ragione all’ex governatore della Campania affermando: “Da luglio del 2015 il partito provinciale andava commissariato. Dopodiché la maggioranza del partito pensa di poter andare avanti in questo modo: oggi non credo che un congresso possa bastare a ricostruire un gruppo dirigente vero”. E alla domanda sulle responsabilità di Renzi e al “lanciafiamme” promesso, la risposta è risultata un’amara ammissione: “I problemi di Napoli sono atavici. Se il congresso continua a essere una gara tra chi ha più tessere non cambia la situazione”. ‘Don Antonio’, intanto, si gode la soddisfazione di avere dimostrato ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, la propria statura politica e l’esperienza che continua a mettere a disposizione del partito il quale, colpevolmente, fa sempre più fatica ad ignorare . Nel frattempo non si è lasciato sfuggire l’occasione per lanciare un ulteriore segnale al “giovane Matteo” nel corso di una recente iniziativa organizzata in città da “Demonline”. Ad un certo punto del suo lungo intervento è stato perentorio: a Napoli “rischiamo di non esistere più. Altro che rischiare di prendere una bronchite, a Napoli il Pd è in sala di rianimazione. La provincia di Napoli è grande il doppio della città, ma dobbiamo sapere che Napoli è la testa, e un Pd senza Napoli è un Pd senza testa. Dobbiamo fare di tutto perché Napoli riacquisti questa funzione e che il Pd, qui in città, abbia la sua testa”. Il problema è la testa che manca. Ci ha provato De Luca a proporsi, mettendo in campo personalità, determinazione, decisionismo, capacità amministrative. Solo che una volta conquistato Palazzo Santa Lucia ha mostrato, suo malgrado, il respiro corto del politico di provincia incapace di calarsi nelle dinamiche di una metropoli difficile che ha pensato di trattare come una Salerno qualsiasi (con tutto il rispetto si intende per la splendida città). Ha con tutta evidenza fallito il tentativo di impadronirsi del partito che lo ha via via  mollato al punto da diventare ostile alle truppe cammellate dei notabili locali che lo avevano sostenuto nella corsa alle regionali (vedi Mario Casillo e Raffaele Topo). Fino a mancare l’appuntamento più importante, ai fini dell’accreditamento in chiave nazionale con l’allora premier in carica, del referendum, portando a casa il peggior risultato tra le regioni italiane nel confronto con i contrari alla riforma costituzionale proposta da Renzi. Nel frattempo, al di là della retorica sprecata sull’argomento, tra le giovani leve del partito non si intravedono talenti nuovi capaci di affrontare la sfida di una leadership che guardi al futuro. Desolanti, da questo punto di vista, le performance di alcuni aspiranti campioni della ‘rottamazione” che non sono andati oltre la scimmiottatura degli atteggiamenti e delle parole d’ordine del capo romano, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Il risultato è quello di un partito alla canna del gas, in coma profondo e un’unica possibilità per venirne fuori affidandosi a chi se ne ‘intende’. Decidere di commissariare l’organizzazione dando al “vecchio vicerè” i poteri per svolgerne la necessaria ‘manutenzione’, sarebbe forse troppo azzardato da parte del segretario, significherebbe avere coraggio e visione politica che francamente non sembrano al momento nelle sue disponibilità (la batosta referendaria lo ha decisamente indebolito), ma consentire un congresso azzerando – come suggerito non solo da Bassolino abbiamo visto – vertici, tesseramento e organismi di partito senza più alcuna autorevolezza e credibilità, rappresenterebbe il minimo sindacale. Un modo per verificare ambizioni, carisma e idee di chi pensa di avere le stimmate per guidarne la rinascita. Semplice? Sì, ma non crediamo che accada.

 

Annunci

Il delirio visionario del sindaco e ‘l’ombra’ del fratello marpione

Comune pieno di debiti, la città agonizzante sempre più sprofondata nei suoi drammatici problemi e lui gioca a fare il poeta visionario, il comunicatore di sogni, senza che nessuno sia in grado di farlo rinsavire. Un vero delirio il post di qualche giorno fa sul suo profilo Facebook , nel quale si intrattiene presumiamo di notte con un robusto bicchiere di cognac tra le mani (ammesso che gli piaccia; e questo sarebbe un titolo a suo onore), a proposito di Napoli e del suo futuro. Vale la pena di riportarlo integralmente: “ Napoli va conosciuta, amata. Venite a Napoli, tornate a Napoli. Visitatela, vivetela. Napoli, oggi, ha voglia di essere capitale. Aiutiamoci tutti. Napoli res publica, agorà, polis. Napoli cuore del mediterraneo. Città di mare, oltre ogni confine. Superamento di proprietà, verso la comunione. Napoli inferno e paradiso. Quindi vita, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Napoli avere ed essere, amore ed odio. Passione contro indifferenza. Napoli assetata di giustizia, con profonda voglia di riscatto. Orgoglio partenopeo. Immergetevi nelle strade e raccontate. Cogliete il profondo volto umano della Città. Napoli oggi vive, non sopravvive. La potenza vulcanica vince contro rassegnazione e lamento. Percepisco la forza di Napoli. Avanti tutta, senza sosta, nella costruzione della comunità popolare napoletana”.  Niente da dire, belle parole, chiacchiere da salotto, una cascata di luoghi comuni capace di affascinare un ristretto numero di gagà della borghesia partenopea poco avvezza a confrontarsi con i disagi di una città dagli eterni cantieri aperti, strade dissestate, trasporti da terzo mondo, illegalità diffuse e chi più ne ha ne metta, tanto da essere sprofondata agli ultimi posti nelle classifiche di vivibilità e qualità della vita delle metropoli occidentali. Quello del sindaco è in sostanza il solito refrain – anche se in versione 2.0 – di sole, mare, pizza e mandolino. Certo, con una spruzzata di vecchio spirito ‘comunardo’ che non guasta mai, giusto per coinvolgere nel suo furore rivoluzionario frotte di giovani studenti anti-sistema, pseudo artisti in cerca di spazi e visibilità, centri sociali, comitati civici e outsider di ogni specie e provenienza. Con l’impegno, al culmine di una crisi di isteria narcisistica, a fare di Napoli il “paradiso in terra” per l’umanità tutta.  Un vaneggiamento che, come dicevamo, nessuno sembra in grado di fermare, neanche il fratello Claudio, la vera ‘mente’ della famiglia. E’ lui il vero dominus del fenomeno De Magistris destinato, nelle intenzioni, a proporsi come dinastia vicereale del Vesuvio, di Partenope, della Campania e di tutto il Mezzogiorno tuttora sotto occupazione del “Piemonte invasore”. Il Richelieu che lucidamente sta pianificando il futuro suo e del fratello, cominciando con l’intestarsi il ruolo di segretario politico (in attesa di una investitura ufficiale di là da venire) di ‘Dema’ il movimento a loro nome che si propone di conquistare uno spazio di rappresentanza nazionale a sinistra della sinistra del Pd e ancora oltre. Per il momento, in attesa della verifica alle urne, l’obiettivo minimo, sembra di capire, è quello di puntare a Palazzo Santa Lucia con Giggino e il prosieguo dell’esperienza a San Giacomo con lui al posto del ‘germano’. Emblematica in tal senso la dichiarazione affidata, forse improvvidamente senza l’ok di Claudio, alle agenzie da parte del primo cittadino in occasione della presentazione del partito: “La volontà  è quella di fare il sindaco a tempo pieno fino al 2021. Ci stiamo organizzando per un movimento nuovo rispetto ai partiti e al Movimento 5 Stelle, che finora ha deluso le aspettative; vogliamo andare oltre la città di Napoli e proporci anche alla guida della Regione Campania. Non sarò io il candidato ma in politica mai dire mai”. Appunto, mai dire mai. Una promessa, o forse una minaccia. Nel dubbio, meglio organizzarsi a resistere.

Il Pd, Renzi, D’Alema e la scissione auspicabile

Avvilente, veramente avvilente il dibattito che si sta svolgendo in questi giorni nel Pd, con un unico esito finale: l’ennesima scissione. Inevitabile. E auspicabile, a questo punto, per chiarire una volta per tutte, che non c’è altra strada che ‘spurgare’ dal partito i residui di un mondo archiviato dalla storia. Così come la sua classe dirigente che ha dato una pessima prova di sé e pretende ancora di dettare legge in nome di una ‘socialismo’ fuori luogo mentre è impegnata in una tenace, feroce volontà di conservare autoreferenzialità, poltrone, visibilità e autostima. Il pretesto per la loro ennesima battaglia perdente, perché fondamentalmente di retroguardia, è questa volta Matteo Renzi, come in passato lo sono stati Craxi, Occhetto, Prodi , Berlusconi; sì, anche il Cavaliere a suo modo. I signori del “ben altro”, con a capo l’inossidabile D’Alema – più deciso che mai a fargliela pagare  all’odioso guascone toscano che gli aveva promesso e poi disatteso un posto di commissario europeo – e rinfrancati dalla vittoria al referendum del 4 dicembre, hanno cominciato a sparare ad alzo zero. Baffino, tanto per dire, si è inventato, nel tempo della post-verità, un “non partito”, un movimento (“ConSenso”) che pronto all’occorrenza potrà essere utilizzato per partecipare autonomamente alle elezioni. Ovviamente a ‘sinistra’ del rinnegato Pd renziano. Un luogo in verità già molto affollato. Ci sono quelli di Sinistra italiana anche loro prossimi, guarda un po’, ad una scissione; c’è l’ex sindaco di Milano Pisapia, impegnato a mettere insieme quel che è rimasto del popolo arancione e non mancano i Verdi, in varie sfumature, come gli Arcobaleno, un po’ di società civile composta da una stanca borghesia urbana illuminata e infine i visionari giacobini alla Civati, Emiliano, De Luca, De Magistris. Non c’è che dire, una bella compagnia di giro che ha un solo grande problema, quello cioè della reale consistenza all’atto dell’apertura delle urne. Tutti insieme, a livello nazionale, stando ai sondaggi, valgono tra i 3 e il 5%, risultato buono forse per entrare in parlamento, ma da dividere tra parecchi pretendenti senza che nessuno sia sicuro di come andrà a finire. Renzi, ultimo erede della Dc e prodotto “del fallimento di D’Alema e Bersani, dalla loro incapacità di essere davvero gruppo egemone”, come ha sentenziato un grande vecchio del Pci, il 93enne Emanuele Macaluso in una recente intervista alla ‘Stampa’, lascia fare, mostra sicumera, anzi spera che la scissione “abbia luogo finalmente”. La cosiddetta sinistra: ideologica, opportunista, inconcludente, retaggio del secolo passato, incapace di connettersi ai nuovi paradigmi della globalità, tolga il disturbo e vada per la sua strada verso l’abisso. Libero, senza più remore, di poter stringere accordi anche col ‘diavolo’ pur di riformare un Paese forse irriformabile. Ma questo è un altro discorso.

De Luca-De Magistris, una corona per due

Ad entrambi non mancano le qualità di arruffapopolo, uno smisurato ego e l’ambizione al comando senza mediazioni. Vincenzo De Luca e Luigi De Magsitris, vivono la stessa certezza, cioè quella di essere predestinati a governare il mondo. E poco male se questo sia circoscritto, ahinoi, alla capitale del sud. Napoli è il mondo – non sono stati i primi a pensarlo – pertanto battagliano per conquistare lo scettro del comando, la corona di viceré, forzatamente lasciata in eredità da Antonio Bassolino. Che è poi l’unico modo per avere una non secondaria voce in capitolo nel gioco politico nazionale e nelle logiche di potere tradizionale. Poco importa se ne hanno le qualità – loro ne sono convinti ovviamente – quel che conta è centrare l’obiettivo mettendo in campo ognuno le proprie capacità cercando di prevalere sull’avversario. Lo scontro è cruento, nelle ultime settimane è trasceso a livello di imboscate, ai limiti del “vaffa’” reciproco. Mai prima d’ora c’era stato un grumo di tensione tanto intenso tra le due principali istituzioni di governo locale. Mai Palazzo santa Lucia e Palazzo San Giacomo si erano guardati così in cagnesco. D’accordo su niente e accuse reciproche sulle principali questioni che riguardano la vita dei cittadini da loro amministrati: la gestione dei fondi europei, quella dei rifiuti, delle risorse idriche, delle Universiadi e degli impianti sportivi, della riqualificazione di Bagnoli, della sanità e della sicurezza urbana; fino alla più banale querelle sulla mancata diretta Rai della festa di Capodanno. A nulla sono serviti i “pacificatori”, il fratello Claudio per il sindaco e Fulvio Bonavitacola, vice presidente della giunta regionale, per il governatore, le schermaglie sono proseguite senza sosta e non sembra sia possibile al momento una ricomposizione. E’ nella natura stessa della contesa che prevede un solo vincitore e nessun pareggio. La posta è alta, questione di vita o di morte, ne va del proprio futuro. Per De Luca sarebbe la consacrazione, dopo un trentennio di ‘umiliazioni’ all’ombra di Bassolino – amministrando con efficienza e mano ferma la sua Salerno  (praticamente un quartiere cittadino del capoluogo) – delle sue doti di indefesso condottiero per il riscatto del “popolo oppresso”. Per De Magistris, che condivide la stessa paranoia, la certezza di non implodere nell’anonimato più totale e trovarsi nella condizione di dover riscrivere il proprio percorso umano in un alveo di indeterminatezza identitaria. Intanto, sia l’uno che l’altro, devono fare i conti con una borghesia napoletana, indolente, spesso un po’ cialtrona, che è l’ago della bilancia delle loro fortune postume e poco propensa a fare sconti, soprattutto agli ‘estranei’ ai propri interessi. I segnali di scontento non sono mancati. “Il tema del rapporto con Napoli – ha scritto qualche giorno fa su Fb l’ex senatrice Pd, Graziella Pagano, una delle principali teste di ponte di De Luca della città che conta, in un accorato messaggio al governatore – quella che ti ha fatto vincere le elezioni regionali è lì sul tavolo. La Giunta è insufficiente…ma non per incapacità, solo che manca la politica…non Enzo, la politica politicante, ma quella straordinaria missione civile che tu ed altri, fra cui la sottoscritta, hanno imparato ad amare in quella meravigliosa comunità che era il Pci. Rifletti”. Un avvertimento che non è mancato neanche per il sindaco che, tra una polemica e l’altra con Roberto Saviano, la gestione di ‘Nalbero alla rotonda Diaz , quella della irrispettosa movida nel salotto buono cittadino a Chiaia e le discutibili scelte in materia di sicurezza, ha incassato gli strali di intellettuali e pezzi organizzati di quella società civile a lui più cara. Come andrà a finire nessuno può saperlo, di sicuro ci sentiamo di dire che “…Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore (cit. Matilde Serao)”. Speriamo.

 

 

 

Al voto, al voto! La ‘prima’ di Mattarella, Renzi e il Pd da ri-strutturare

Bisogna attendere almeno fino a domenica (al massimo lunedì) per la fine del primo atto della vecchia commedia italica che va in scena ad ogni crisi di governo che si rispetti, cioè quella che porta con sé la fine di un ciclo politico e l’inizio di un altro. Elezioni e ripartenza, se va bene, poi la routine di una governabilità sempre appesa ad un filo. Come quella che si sta andando a prefigurare in questi giorni. Domenica, dicevamo, il Presidente renderà note le sue osservazioni e le indicazioni scaturite dalle consultazioni con i partiti. Per Mattarella è una prima volta da brividi. E’ lui a dovere fare sintesi di una situazione politica ingarbugliata, senza prospettive e indicare una soluzione che non sia il voto anticipato, almeno nell’immediato. Di cui, a parole, tutti dicono di sentire come esigenza primaria, ma che intanto resta nel labile mondo del novero delle ipotesi. Nel frattempo, di sicuro, c’è una gran voglia in giro – tranne i 5S che pure erano stati i primi a proporlo – del caro, vecchio, rassicurante sistema elettorale proporzionale. Qualcuno, al massimo della ‘spregiudicatezza’, si è spinto a chiedere una piccola correzione con premio di maggioranza. Ma tant’è. Tutto questo bailamme, alla fine, non è altro che il modo migliore per prendere tempo e preparare la vera partita che può iniziare solo con un quadro politico ricomposto (il ricorso al proporzionale servirà a questo), dove siano chiare le quote di consenso di ognuno e il radicamento nel tessuto sociale e culturale del Paese. Insomma, si possono fare le elezioni a breve, oppure ad ottobre (che farebbe la felicità di molti parlamentari che avrebbero così maturato il ricco vitalizio) politicamente non un termine lontano, darsi un governo e metterlo in crisi dopo qualche mese perché frutto di compromessi e veti incrociati. Sì, niente di nuovo, già visto, null’altro che la consueta instabilità fisiologica cui sembra condannato il nostro Paese. Ma un passaggio ineluttabile, ahinoi, nella speranza che Renzi (chi scrive non sente di annoverarsi tra i suoi fans, giusto per chiarie) “l’unico vero leader oggi in circolazione in Italia” (Berlusconi docet), abbia intanto imparato la lezione e riprenda il cammino della rottamazione facendo tesoro dell’esperienza acquisita in questi anni  di governo e dalle sconfitte patite, la più pesante delle quali al referendum appena celebrato. L’Italia è un paese complesso, non si può governare senza una rete ‘nervosa’ di uomini e idee diffusa sul territorio. Il primo problema che avrà da risolvere, dunque, il capo del Pd sarà quello di ri-strutturare, una volta per tutte, il partito. Mettere mano alla sua organizzazione, non più come comitato elettorale, ma colonna vertebrale di una idea di Paese in grado di riconciliarsi con i suoi cittadini recependone  gli umori profondi. Va affrontata, senza ulteriori infingimenti e in via definitiva, la frattura  che appare sempre più insanabile tra riformisti e padroni della “ditta”, irrimediabilmente conservatori di una “sinistra” logora e impegnata nella difesa di poltrone e rendite di posizione. Azzeramento  delle tessere in larga parte pilotate dai ras locali, congresso e poi primarie aperte, questo il percorso netto da intraprendere nell’immediato, sempreché Renzi abbia voglia di andare fino in fondo nel proposito originario del “cambiare verso”. E senza più derogare, questa volta, all’invio di commissari nelle federazioni territoriali – il famoso “lanciafiamme” promesso all’alba della batosta subita alle amministrative e mai usato – dove si sono consumate le peggiori perfomance del partito, Napoli e Campania in primis. Un anno e mezzo di tempo, più o meno, per chiudere il cerchio. Poi, ancora elezioni, non prima però di avere imposto una nuova legge elettorale che dia a chi vince le chiavi del Palazzo. Chi vivrà vedrà.

Ps : Ovviamente quello che avete avuto la pazienza di leggere finora è solo un’opinione, o meglio, un auspicio. Ci piacerebbe, per farla breve, vedere finalmente uno spettacolo diverso, una nuova commedia.

Vincenzo De Luca, il governatore che ‘studia’ da Premier

Primo: conquistare il partito. Secondo: conquistare Palazzo Chigi. Non prima, ovviamente, di avere conquistato gli italiani, operazione già ampiamente avviata grazie alla enorme popolarità regalatagli dalla perfetta imitazione di Crozza su La7 e i ‘Trumpiani’ tempi che corrono di sdoganamento del ‘politicamente scorretto’ di cui si è mostrato maestro da almeno un ventennio. Vincenzo De Luca, scorrettissimo governatore della Campania,  ci crede. Sarà lui, prima o poi, ad essere investito dal popolo del belpaese del ruolo di uomo forte alla guida del governo, in grado di risvegliare l’orgoglio nazionale e mettere ordine nel gran casino della politica inconcludente che ne soffoca lo sviluppo. Ritiene, De Luca, sia possibile scalare il partito, “ci è riuscito Renzi, perché io non potrei?”, ma certo non subito “sarebbe da pazzi pensarlo”. Per il momento basta essere un ‘grande elettore’ del leader gigliato, soprattutto se questo assicura un’attenzione speciale e tanti denari per il territorio amministrato mai visti in precedenza. Condizione essenziale per il successivo steep. E’ evidente, infatti, che una bandierina importante nel puzzle  del potere renziano affidata alla sua disponibilità ne rafforzerebbe l’immagine e il peso politico. Riferimento di tutto il centrosinistra meridionale, un risultato solo sfiorato dal suo vecchio competitor, Antonio Bassolino. In questo quadro  è chiaro, al di là del risultato finale, il perché del suo impegno, pancia a terra, nella delicata battaglia referendaria per la vittoria del Sì. Comunque vada, immediatamente dopo, incomberà il congresso del Pd, dove il suo appoggio al segretario sarà scontato, non essendo ancora maturi i tempi per un attacco alla leadership, da rinviare al prossimo giro. Quando il segretario-premier sarà costretto a fare i conti con “l’insostenibile” doppio ruolo di capo del governo e del partito, costretto probabilmente a passare la mano. La crepa in cui incunearsi per portare all’incasso i risultati ottenuti dalla sua attività amministrativa e dalla straordinaria esposizione mediatica derivante dal suo linguaggio politico diretto, attento alla pancia della società e perciò in predicato di rappresentarne le istanze. Populista? “Sì, perché, cosa c’è di male se il fine ultimo è il bene degli esclusi?”. A quel punto presentarsi alle primarie (qualora fossero confermate) per la segreteria del partito sarebbe un passaggio naturale e, in quel caso, tutto potrebbe diventare possibile. Fantapolitica? Può darsi. Anche di Trump si disse lo stesso. E lui non è meno tenace, visionario, testardo e spregiudicato del neo presidente americano.

 

 

 

Referendum, rottamazione a prescindere

La battaglia tra il Sì e il No alla riforma della seconda parte della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal parlamento dopo un iter durato due anni e ben sei votazioni tra entrambe le Camere, ha assunto le forme dello scontro finale tra modernità e conservazione, un impatto fatale dopo il quale nulla sarà più come prima. Rottamazione a prescindere. E’ nelle cose. Il variegato mondo del No, da questo punto di vista, si è andato a cacciare in un “cul de sac” , anche se dovesse spuntarla alle urne. Non c’è dubbio infatti, tra gli schieramenti in campo, su chi rappresenti la modernità e chi invece la conservazione. E’ il premier in tutta evidenza, se non altro perché si è fatto promotore di una riforma tanto controversa quanto necessaria ad opinione di tutti (anche di chi l’avversa) e che promette di cambiare nel profondo il modo stesso degli italiani di stare insieme, a proporsi come il nuovo che avanza. Per intenderci: il mantra della velocità, della semplificazione nei rapporti tra cittadini e istituzioni “per mettere il Paese  al passo con i tempi della società globalizzata”. Sull’altro fronte, invece, tutti insieme a difendere lo “status quo” con la promessa di migliorie in un prossimo futuro. Vecchie cariatidi della politica, populisti di varia specie, corporazioni, baronie professionali e indefessi cultori della “più bella Costituzione del mondo”. A scorrere i nomi vengono i brividi. D’ Alema, Dini, De Mita, La Malfa, Bersani, Cirino Pomicino, Schifani, Brunetta, Salvini, Calderoli, Fitto, un poco convinto Berlusconi, Onida, Zagrebelschy e, insieme a loro, fior di costituzionalisti e magistrati costretti a dover riscrivere, in caso di sconfitta, i propri trattati di diritto su cui si sono formate  generazioni di quadri dirigenti dello Stato, non avendone più le forze per età o condizione d’inerzia della posizione sociale acquisita. Insomma, comunque la si vede, un dispiegamento di bocche di fuoco veramente imponente ed autorevole, in predicato di strappare la vittoria finale. La quale, se dovesse arrivare, non produrrebbe altro – oltre alla soddisfazione di aver dato una lezione storica all’impertinente fiorentino che siede a Palazzo Chigi –  che la loro fine per consunzione. Si troverebbero nella imbarazzante condizione, come ha fatto notare Mauro Calise qualche giorno fa sulle pagine del ‘Mattino’, di avere rinforzato l’avversario il quale, anche se perdente, si troverà a raccogliere non meno del 40-45%  di consenso personale. A fronte di una formazione composita di soggetti che, pur se maggioranza, non avrebbe margini di manovra prigioniera di un’alleanza impossibile e senza prospettive. In pratica, rottamati loro malgrado. Sarà Renzi, ancora più che mai unica alternativa al caos e all’indeterminatezza misurabile dalle tasche sempre più vuote degli italiani, a decidere le modalità della ‘purga’. Se vince non ci sarà storia, è prevedibile una feroce asfaltata sull’ultimo quarto di secolo di classe dirigente politico-amministrativa  espressa dal Paese. Se perde resterà ugualmente al timone con il plauso anche dei suoi nemici, convinti di aver conquistato del tempo per organizzarsi in una opposizione credibile, ma pronti ad essere cucinati a fuoco lento dalla propaganda dell’odiato leader, costantemente impegnata (almeno fino alle successive elezioni) a puntare il dito su chi gioca allo sfascio e impedisce la svolta. Questo è quanto. A meno che qualcuno non creda seriamente di affidarsi alle cure dei 5 Stelle e del loro capocomico.