Il popolo dei “senza voce”, elogio della maggioranza silenziosa

Per oltre sessant’anni in Italia, a partire dal dopoguerra e fino agli ultimi giorni della prima Repubblica, ad ogni elezione politica l’indistinto ‘popolo’ democristiano usciva dal ‘sonno’ e si materializzava alle urne facendo vincere la Dc. Nonostante, puntualmente, i sondaggi dell’epoca le attribuivano una sconfitta sicura. Quasi nessuno del campione intervistato, in sostanza, dichiarava il suo gradimento per il grande partitone, anzi, le rimostranze parevano indicare sempre un imminente cambio dell’orientamento politico del Paese. Eppure, ogni volta, a scrutinio ultimato il primo partito era sempre lo stesso. Erano incapaci gli statistici, oppure esisteva, così come ai nostri giorni, una variabile imponderabile tanto da sfuggire a qualsiasi studio analitico delle tendenze elettorali? Ebbene sì, esiste. E’ la “maggioranza silenziosa” che sempre determina gli esiti del voto ed è poco propensa a rispondere ai sondaggisti, si guarda intorno in cerca di certezze e tranquillità detestando l’avventura. In gran parte si tratta di ceto medio conservatore o popolino comune, principalmente stanziale fuori dalle grandi città, convintamente favorevole all’ordine, alla sicurezza e alla proprietà privata, concetti fondanti delle società capitalistiche occidentali. Sono loro in linea di massima che, pur non facendo sentire la propria voce, determinano le sorti di un governo, di una leadership e degli assetti politici dello Stato in cui vivono. E’ storia. Eppure, questa enorme fascia di cittadini, continua ad essere un fantasma per la maggior parte delle forze politiche che si contendono la guida dei governi nazionali.  Tutti ad inseguire con parole d’ordine standardizzate gli umori del popolo più arrabbiato, delle espressioni più radicali di disagio sociale, al fine di una ipotetica conquista del potere senza uno straccio di programma che non sia il risentimento verso le élite, o più genericamente i “padroni del mondo”. Inevitabile, poi che capitino le sorprese. La “maggioranza silenziosa” esce allo scoperto, si materializza inaspettata e determina gli esiti di partite politiche che si davano per scontate. E a vincere è sempre, o almeno lo è stato finora, la cosiddetta moderazione. Anche quando non si è recata alle urne, un fenomeno costantemente in crescita in quasi tutti i paesi europei, Italia in testa. Il 4 dicembre, tanto per restare a casa nostra, ha dimostrato nella maniera più limpida la forza del variegato mondo dei ‘senza voce’ che hanno fatto blocco mandando un messaggio esplicito all’allora premier Renzi, vale a dire: qui non si tocca niente se prima non è definito cosa ci aspetta per il futuro visto che si continua a far fatica ad arrivare a fine mese, la disoccupazione soprattutto giovanile galoppa e non sembra esserci alle viste la famosa “luce in fondo al tunnell”. Insomma, meglio il sicuro per l’incerto. Un classico del moderatismo di tutto il globo. Si attendono narrazioni finalmente nuove in grado di suscitare entusiasmo, fiducia, voglia di schierarsi. Non è chiaro se a Matteo Renzi sia servita la lezione, certo essersi rassegnato a far proseguire la legislatura affidata al mite (?!) Gentiloni, è un segnale di ravvedimento. Aver capito di dover mettere mano al partito, prima riconquistandolo, poi riorganizzandolo intorno alla sua rinnovata leadership significa credere di potere offrire un riferimento certo a un popolo per definizione senza casa che chiede fatti e poche chiacchiere. La sfida, dunque, per sconfiggere i vari populismi è trovare la formula che metta insieme le esigenze degli elettori moderati, quelli del riformismo liberale sia di sinistra che di destra, finalmente guardando oltre il novecento. In Francia Macron sembra abbia trovato il bandolo della matassa –  certo, stando a quel che indicano i famigerati sondaggi – mollando il partito socialista, di cui era una giovane promessa, intestandosi la battaglia di normalizzazione nei confronti di una globalizzazione sempre più famelica e feroce mettendosi al servizio dei cittadini e non di una ideologia . Saprà fare lo stesso il giovane ‘fenomeno’ di Rignano? Il mondo corre, se ne è capace, meglio che faccia in fretta.

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