Vincenzo De Luca, il governatore che ‘studia’ da Premier

Primo: conquistare il partito. Secondo: conquistare Palazzo Chigi. Non prima, ovviamente, di avere conquistato gli italiani, operazione già ampiamente avviata grazie alla enorme popolarità regalatagli dalla perfetta imitazione di Crozza su La7 e i ‘Trumpiani’ tempi che corrono di sdoganamento del ‘politicamente scorretto’ di cui si è mostrato maestro da almeno un ventennio. Vincenzo De Luca, scorrettissimo governatore della Campania,  ci crede. Sarà lui, prima o poi, ad essere investito dal popolo del belpaese del ruolo di uomo forte alla guida del governo, in grado di risvegliare l’orgoglio nazionale e mettere ordine nel gran casino della politica inconcludente che ne soffoca lo sviluppo. Ritiene, De Luca, sia possibile scalare il partito, “ci è riuscito Renzi, perché io non potrei?”, ma certo non subito “sarebbe da pazzi pensarlo”. Per il momento basta essere un ‘grande elettore’ del leader gigliato, soprattutto se questo assicura un’attenzione speciale e tanti denari per il territorio amministrato mai visti in precedenza. Condizione essenziale per il successivo steep. E’ evidente, infatti, che una bandierina importante nel puzzle  del potere renziano affidata alla sua disponibilità ne rafforzerebbe l’immagine e il peso politico. Riferimento di tutto il centrosinistra meridionale, un risultato solo sfiorato dal suo vecchio competitor, Antonio Bassolino. In questo quadro  è chiaro, al di là del risultato finale, il perché del suo impegno, pancia a terra, nella delicata battaglia referendaria per la vittoria del Sì. Comunque vada, immediatamente dopo, incomberà il congresso del Pd, dove il suo appoggio al segretario sarà scontato, non essendo ancora maturi i tempi per un attacco alla leadership, da rinviare al prossimo giro. Quando il segretario-premier sarà costretto a fare i conti con “l’insostenibile” doppio ruolo di capo del governo e del partito, costretto probabilmente a passare la mano. La crepa in cui incunearsi per portare all’incasso i risultati ottenuti dalla sua attività amministrativa e dalla straordinaria esposizione mediatica derivante dal suo linguaggio politico diretto, attento alla pancia della società e perciò in predicato di rappresentarne le istanze. Populista? “Sì, perché, cosa c’è di male se il fine ultimo è il bene degli esclusi?”. A quel punto presentarsi alle primarie (qualora fossero confermate) per la segreteria del partito sarebbe un passaggio naturale e, in quel caso, tutto potrebbe diventare possibile. Fantapolitica? Può darsi. Anche di Trump si disse lo stesso. E lui non è meno tenace, visionario, testardo e spregiudicato del neo presidente americano.

 

 

 

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