Referendum, rottamazione a prescindere

La battaglia tra il Sì e il No alla riforma della seconda parte della Costituzione, proposta dal governo Renzi e approvata dal parlamento dopo un iter durato due anni e ben sei votazioni tra entrambe le Camere, ha assunto le forme dello scontro finale tra modernità e conservazione, un impatto fatale dopo il quale nulla sarà più come prima. Rottamazione a prescindere. E’ nelle cose. Il variegato mondo del No, da questo punto di vista, si è andato a cacciare in un “cul de sac” , anche se dovesse spuntarla alle urne. Non c’è dubbio infatti, tra gli schieramenti in campo, su chi rappresenti la modernità e chi invece la conservazione. E’ il premier in tutta evidenza, se non altro perché si è fatto promotore di una riforma tanto controversa quanto necessaria ad opinione di tutti (anche di chi l’avversa) e che promette di cambiare nel profondo il modo stesso degli italiani di stare insieme, a proporsi come il nuovo che avanza. Per intenderci: il mantra della velocità, della semplificazione nei rapporti tra cittadini e istituzioni “per mettere il Paese  al passo con i tempi della società globalizzata”. Sull’altro fronte, invece, tutti insieme a difendere lo “status quo” con la promessa di migliorie in un prossimo futuro. Vecchie cariatidi della politica, populisti di varia specie, corporazioni, baronie professionali e indefessi cultori della “più bella Costituzione del mondo”. A scorrere i nomi vengono i brividi. D’ Alema, Dini, De Mita, La Malfa, Bersani, Cirino Pomicino, Schifani, Brunetta, Salvini, Calderoli, Fitto, un poco convinto Berlusconi, Onida, Zagrebelschy e, insieme a loro, fior di costituzionalisti e magistrati costretti a dover riscrivere, in caso di sconfitta, i propri trattati di diritto su cui si sono formate  generazioni di quadri dirigenti dello Stato, non avendone più le forze per età o condizione d’inerzia della posizione sociale acquisita. Insomma, comunque la si vede, un dispiegamento di bocche di fuoco veramente imponente ed autorevole, in predicato di strappare la vittoria finale. La quale, se dovesse arrivare, non produrrebbe altro – oltre alla soddisfazione di aver dato una lezione storica all’impertinente fiorentino che siede a Palazzo Chigi –  che la loro fine per consunzione. Si troverebbero nella imbarazzante condizione, come ha fatto notare Mauro Calise qualche giorno fa sulle pagine del ‘Mattino’, di avere rinforzato l’avversario il quale, anche se perdente, si troverà a raccogliere non meno del 40-45%  di consenso personale. A fronte di una formazione composita di soggetti che, pur se maggioranza, non avrebbe margini di manovra prigioniera di un’alleanza impossibile e senza prospettive. In pratica, rottamati loro malgrado. Sarà Renzi, ancora più che mai unica alternativa al caos e all’indeterminatezza misurabile dalle tasche sempre più vuote degli italiani, a decidere le modalità della ‘purga’. Se vince non ci sarà storia, è prevedibile una feroce asfaltata sull’ultimo quarto di secolo di classe dirigente politico-amministrativa  espressa dal Paese. Se perde resterà ugualmente al timone con il plauso anche dei suoi nemici, convinti di aver conquistato del tempo per organizzarsi in una opposizione credibile, ma pronti ad essere cucinati a fuoco lento dalla propaganda dell’odiato leader, costantemente impegnata (almeno fino alle successive elezioni) a puntare il dito su chi gioca allo sfascio e impedisce la svolta. Questo è quanto. A meno che qualcuno non creda seriamente di affidarsi alle cure dei 5 Stelle e del loro capocomico.

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