Palazzo San Giacomo, la ‘resistibile’ ascesa del Chàvez vesuviano

La campagna elettorale per decidere chi dovrà essere il prossimo sindaco di Napoli è entrata ormai nel vivo, ma il vuoto di idee, di programmi, di iniziative politiche di spessore e, soprattutto, l’assoluta mancanza di ‘emozioni’, ne hanno già decretato l’esito. Ci si avvia insomma alla riconferma dell’attuale primo cittadino che è riuscito nella improba impresa di rappresentare l’unica alternativa a se stesso. Un fuoriclasse De Magistris nello sfruttare tutte le debolezze dei propri avversari, approfittare della loro inconsistenza sul piano della dimensione politica nazionale. Gli è bastato contrapporre lo spirito identitario dei partenopei al “governo che affama il popolo” per neutralizzare il principale format su cui ha puntato la candidata più temibile, quella del Pd, Valeria Valente. Vale a dire la sfilata di mezzo consiglio dei ministri in città al suo fianco, compreso il Presidente, che ha sortito l’effetto di indispettire ancora di più gli animi del ‘popolino’ napoletano il quale, per definizione, è “sempre contro” il timoniere di turno. Per ciò che riguarda i Democratici c’è da dire, però che già si erano fatti male da soli con le solite primarie ‘pezzotte’ e l’esclusione di Antonio Bassolino che paradossalmente sembrava essere la vera novità della competizione, l’unico in grado di potere insidiare il sindaco uscente. In pratica con il Pd la partita è chiusa, anzi dicono che molto del voto di opinione smosso dall’inerzia degli ultimi anni proprio dall’ex governatore, sia orientato a spostarsi su DeMa, se non altro per una questione di ripicca verso Renzi e l’irrilevanza del partito locale. Si può capire. Ancora più chiara è la supremazia nei confronti dell’altro competitor sulla carta performante, cioè Gianni Lettieri. Doveva essere lo sfidante di tutto il centro destra per giocarsi la rivincita, invece si è ritrovato a capo di una serie di liste civiche, qualche partitino e il solo significativo appoggio di quel che resta di Forza Italia. Un po’ poco considerando che una parte del vecchio fronte, Fdi con Taglialatela e Rivellini con i reduci della destra sociale, ha deciso di fare da solo, salvo cambi di scenario più o meno improvvisi che sono sempre possibili. In tutti i casi il nostro ‘Chàvez vesuviano’ è sicuro di batterlo al ballottaggio, sempre che ci arrivi. Nell’eventualità sa di poter contare sul “soccorso rosso” dei ‘piddini’ che pur turandosi il naso alla fine lo voteranno senza “nulla a pretendere”, come l’altra volta. Con i Cinque Stelle, poi la questione è comica, a partire dal nome del candidato, Brambilla, che più lombardo non si può, infatti è emigrato da Monza (beh, capita anche questo) e pare che sia pure tifoso della Juventus. Certo, questo non vuol dir niente, figuriamoci se un cognome e la fede per una squadra di calcio può determinare le capacità di una persona nell’amministrare un governo cittadino. Ma, pensano in molti di quelli che “i politici sono tutti ladri”, meglio non provare. In verità DeMa contava di convincerli a fare fronte comune, “meglio non disperdere voti” diceva, i grillini però sono stati inamovibili, in fondo a loro basta mettere piede a Via Verdi, vincere l’intera posta sanno bene che al momento non è nelle loro corde, Napoli è una città troppo complicata da gestire con i clic. Anche con la bandana in testa in verità, ma questa è un’altra storia.

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