L’arroganza dei Renzi boys sbatte contro il ‘muro’ Bassolino: e Lotti gongola

“Pischelli”, pare  che si dica così dalle parti di Roma, è il termine che meglio rende l’idea della congrega di boys che circonda il premier-segretario e che rappresenta l’arrembante nuova classe dirigente del paese. La gestione del ‘caso’ Bassolino da parte del Nazareno e dintorni, ha rappresentato la sintesi emblematica della scarsa qualità politica e di visione, oltre una modesta capacità comunicativa, dell’attuale gruppo dirigente democratico. Come dei ‘pischelli’, appunto, si sono fatti trovare impreparati alla discesa in campo dell’ex presidente della Campania, ampiamente annunciata, e hanno reagito d’istinto in maniera rabbiosa, proprio come fanno i bambini quando gli togli il giocattolo di mano. Prima hanno fatto trapelare attraverso “fonte anonima” attribuita allo stretto ‘giglio magico’ una presa di distanza netta del Pd da Bassolino: “non è il nostro uomo”. Poi hanno rincarato la dose con i due vice segretari (sic), Serracchiani e Guerini, i quali senza remore, hanno fatto sapere che avrebbero cambiato lo statuto con una norma tesa a vietare la partecipazione alle primarie di chiunque fosse stato sindaco in passato: “anche Renzi, ovvio” ci ha tenuto a precisare la Serracchiani, caso mai qualcuno avesse capito che la nuova regola c’entrasse qualcosa con la decisione del politico napoletano di scendere in campo. Una scelta arrogante che, oltre a far scoppiare una feroce polemica interna, ha fornito uno straordinario assist all’ex governatore il quale, ne ha approfittato per dare un saggio delle sue qualità di leadership. Tra interviste su carta stampata e televisione nazionale – dove non ha mancato di rimbrottare lo stesso presidente del consiglio su un errore politico tanto marchiano da sembrare “inverosimile che possa averlo concepito  Renzi” – incontri pubblici e privati a decine in tutti i quartieri di Napoli e una straripante imitazione pop di Lino D’Angiò, come quella di Crozza  che tanta fortuna ha portato a De Luca, ha chiarito che solo con lui si può vincere. E poi, giusto per capirsi fino in fondo, ha spiegato che  è della partita a prescindere, con il Pd o senza. Insomma, i ‘giovanotti’ hanno beccato un muro, e gaffe su gaffe hanno dovuto fare marcia indietro e prendere tempo, in attesa che il capo dica cosa fare. Intanto per il 77% del popolo democrat, secondo un sondaggio di Ipr marketing, Bassolino deve essere candidato e per il 53% di loro è addirittura convinto che sia un bene per la città. Complimenti, strategia vincente non c’è che dire, inutile aggiungere che se a Roma le menti non brillano a Napoli siamo ad “Oggi le comiche”. Certo i cacicchi locali sono riusciti a condizionare i loro referenti nazionali, ma insieme hanno dimostrato tutta la propria inconsistenza. Tuttavia in questa vicenda “c’è chi brinda” riferiscono “fonti anonime” dalla Capitale. Si tratta di Luca Lotti, il vero braccio destro del premier il quale pare avesse avvertito Renzi dell’improvvida iniziativa e che questi abbia lasciato fare, giusto per tastare il terreno. Lotti tra l’altro è stato l’unico, appena appresa la notizia, a dare il benvenuto a Bassolino, con il quale adesso gongola.

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Renzi e Berlusconi, le ‘mani’ su Marchini

Per il Pd a Roma è dura. Ne è consapevole il premier. Sa che è difficile in poco tempo, circa setto-otto mesi, recuperare il patrimonio di credibilità e fiducia dilapidato dal partito in poco più di due anni di giunta a guida Ignazio Marino, il suo uomo. Pertanto è meglio cambiare spartito. Matteo Renzi è talmente convinto che sia questa la strada da seguire per tornare ad essere competitivi alle prossime amministrative tanto da rinunciare alla “incombenza” di dovere “per forza” tirare fuori lui un coniglio dal cilindro. Una ‘mission impossible’ allo stato dell’arte, meglio dunque immaginare un altro percorso. “Puntiamo su Marchini” sembra che abbia detto ai suoi più stretti collaboratori e per quanto riguarda le primarie, chieste a gran voce dalla minoranza interna e non solo, “facciamole , ma senza entusiasmo” ha raccomandato. Vale a dire: candidati di basso profilo e scarsa partecipazione, evitando di metterci la faccia facendo emergere mediaticamente se non il fastidio, almeno un certo distacco. Insomma “investiamo il meno possibile nella kermesse e concentriamoci sul nostro vero obiettivo” che è far vincere un candidato “a noi vicino che ci consenta di non perdere, contenere l’assalto dei grillini e continuare a tenere nell’angolo il centrodestra”. Il quale , nella fattispecie Silvio Berlusconi, sta cercando di fare la stessa operazione. “Marchini – ha spiegato l’ex Cavaliere che nei giorni scorsi lo ha anche incontrato a Palazzo Grazioli – ha quel profilo misto che ne fa un personaggio moderno, un conservatore nei valori ideali e insieme un innovatore politico”. Immancabile dunque il confronto tra i due su chi riuscirà a mettere il cappello sulla iniziativa dell’imprenditore romano lanciato alla conquista del Campidoglio. Lui per il momento, potendo permetterselo, fa lo ‘scontroso’ respingendo qualsiasi avance dell’uno o l’altro, pur sapendo che per vincere davvero avrà bisogno di ‘accomodarsi’ con uno dei due. Staremo a vedere come andrà a finire anche se è evidente che a trovarsi un una posizione di forza a questo punto, a parte i 5Stelle che fanno storia a se, è proprio il rampollo della “dinastia rossa” dei Marchini che pone come condizione per una intesa il poter fare di testa sua. Berlusconi e Renzi per quanto li riguarda sarebbero pure d’accordo, ma per entrambi purtroppo fanno gioco le rispettive ‘zavorre’. Il primo deve fare i conti con la Lega di Salvini e soprattutto con quelli di Fratelli d’Italia che con la loro leader, Giorgia Meloni voglio tornare a guidare la capitale dopo i disastri di Alemanno, il secondo, invece,  battagliare con la sinistra del partito e le fameliche aspettative degli alleati di coalizione. Per ora, in sostanza, una situazione di stallo che favorisce Grillo, Casaleggio e il loro Movimento, ideale insomma se solo non avessero paura di vincere come ogni volta che gliene capita l’occasione. Governare Parma, Livorno e qualche altro piccolo Comune non è certo la stessa cosa, con tutto il rispetto, che farlo in una città come Roma, Napoli o Milano: “che Dio ce ne scansi e liberi”.