Renzi, l’ultimo schiaffo al Pd: Prodi al Quirinale

A trasformare l’inequivocabile vittoria elettorale in un trionfo del “nuovo verso” servirà a Renzi solo districare il nodo Quirinale. L’ultima ‘parete’ da scalare e che la travolgente affermazione alle europee ha reso a questo punto poco più di una passeggiata. Con il consenso dell’interessato. Napolitano, infatti, non ha mai nascosto la sua volontà di dimettersi non appena le condizioni politico-economiche del Paese lo avessero permesso. Vale a dire: un governo stabile e il percorso delle riforme ampiamente avviato. Il momento sembra arrivato con l’ex sindaco di Firenze che marcia come un treno e che ha ricevuto anche l’ampio mandato popolare che ancora mancava, necessario a tenere sotto scacco amici e nemici, per imprimere l’ultima decisiva accelerazione. Sicuramente il tema è entrato, da domenica scorsa, nell’agenda sia del Capo dello Stato che in quella del presidente del Consiglio, probabilmente in autunno l’addio di “Re Giorgio” con i ringraziamenti di tutti e l’ingresso sicuro da protagonista nei futuri libri di storia. Al suo posto il premier non dovrebbe avere dubbi nel proporre agli alleati di governo e all’opposizione, in primis i Cinque stelle, i quali difficilmente potrebbero sostenere un argomentato diniego, il nome di Romano Prodi. Una mossa che servirebbe anche ad assestare l’ultimo ceffone a quanti nel partito impallinarono brutalmente il professore nella sua ascesa al Colle nel 2013 e che tentano di resistere, pur se sempre più fiaccamente,  al ciclone rottamatorio impresso dalla sua azione. Senza contare il contributo di idee e di prestigio internazionale potrebbe fornire alla battaglia che il capo di Palazzo Chigi è intenzionato a condurre in Europa e che vede proprio Prodi tra i più convinti assertori di un’azione di contrasto all’austerità e all’eccessivo rigore imposto dai paesi del nord capeggiati dalla Germania di Angela Merkel. Insomma, pare ricominci a fare capolino la politica dopo almeno un ventennio di anti-politica, di cui Berlusconi e la sua ultima mutazione, Grillo sono stati e sono gli epigoni. C’è qualcuno che per spiegare il fenomeno Renzi ha tirato fuori addirittura, forse anche per stendere un ombra sinistra sull’incontestabile presa del suo messaggio sull’opinione pubblica, il paragone con la vecchia Democrazia Cristiana. Il “partito mamma” , il frullatore politico e punto di equilibrio della società italiana per oltre cinquant’anni. Mai stimmate migliore, nel caso, poteva essergli affibbiata, tuttavia il confronto non regge. La Dc era un partito con diffusi centri di potere e una fitta rete di mediazioni sociali, qui ci troviamo di fronte, invece, alla presenza di una leadership carismatica, o almeno è questo il format volutamente rappresentato dal premier. Vedremo se sarà capace di costruire intorno a se un personale politico all’altezza della sfida che è quella di modernizzare il Paese. Farlo uscire dal pantano in cui si è andato a cacciare costringendolo all’immobilità rispetto a un mondo che corre sempre più veloce. Non serve un uomo solo al comando, benché gli italiani siano inclini ha lasciarsi incantare dal pifferaio magico di turno pur di non assumersi alcuna responsabilità e coltivare ognuno il proprio piccolo interesse personale, ma competenze, coraggio, determinazione e capacità di gestione dei conflitti. Più politica, appunto.

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