Pd, ultima fermata in Senato: il mondo di Matteo e “la sinistra che parla al Paese”

Travolto dal ciclone Renzi il Partito democratico, così come lo abbiamo conosciuto finora, sembra arrivato al capolinea. La vecchia nomenclatura, tramortita dall’accelerazione impressa alla politica italiana dall’ex sindaco di Firenze, sta dando fuoco alle ultime polveri nel tentativo di difendere la scena e il sistema di relazioni, rendite di posizione e rappresentanze che l’ha vista protagonista nell’ultimo ventennio. La sofferta approvazione dell’Italicum alla Camera è stato solo il primo assaggio dello scontro vero che deflagrerà in Senato con la riproposizione degli stessi emendamenti respinti a Montecitorio volti a demolire l’intesa che il presidente del Consiglio ha sancito con Berlusconi su legge elettorale, abolizione del Senato e riforma dell’articolo V della Costituzione. Ricomincerà la bagarre sulle aberranti quote rose che non esistono in nessuna parte del mondo, Svezia compresa, così come si accenderà la battaglia sulle soglie di sbarramento e sul vulnus ritrito delle preferenze. Senza contare la ‘madre’ delle questioni procedurali. Ieri Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha rimandato indietro di due mesi l’orologio della storia, ribadendo che per lei la priorità è la riforma del Senato e che senza di essa non ha senso discutere di legge elettorale. Niente male come benvenuto. E’ chiaro che di fronte raa prese di posizione del genere la collisione è scontata, soprattutto se lo stesso atteggiamento è mantenuto su tutte le altre questioni aperte che stanno lacerando il partito in seguito all’ascesa del Rottamatore. Una sfida dall’esito già scritto, però. Perché manca l’oggetto del contendere, Renzi se n’è già appropriato ed è oltre. Nel senso che il Pd ormai è lui e, quel che resta, i vecchi rottamati se lo tengano pure, è il mondo di Matteo “la sinistra che parla al Paese” e si candida a guidarlo nella modernità. Per salvarsi questo ultimo giro, dunque, non gli resta altro da fare che piegarsi, oppure fondare, se ne hanno la forza, un nuovo partito. Per essere chiari, prendersi la responsabilità di far cadere il governo con tutto quello che ne consegue. In fondo sarebbe un’uscita di scena ‘dignitosa’ anche se con un costo salatissimo per gli italiani i quali, hanno il diritto alla speranza, e si augurano che il “sogno” questa volta non sia un nuovo incubo.

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