Renzi, Berlusconi e la Dc 2.0

Viaggia come un treno, non lo ferma più nessuno. Renzi corre, ha conquistato la scena e costringe tutti a stargli dietro, non senza affanno. A nulla sono valsi finora i tentativi di imbrigliarlo, trappole e lusinghe, non ultima quella di entrare subito a Palazzo Chigi, schivate con maestria e sprezzo del pericolo, riemergendo ogni volta più forte di prima. L’accelerazione operata sulla questione della nuova legge elettorale, ancor più del resto del pacchetto delle riforme proposte, è stata la chiave per prosciugare la palude di pastoie e di ormai logore liturgie della politica italiana. E, comunque andrà a finire, è destinato ad uscirne da trionfatore. Il primo a capirlo e riconoscerlo è stato proprio Berlusconi, l’odiato-amato incubo della sinistra del Belpaese degli ultimi trent’anni. Il Cavaliere, oramai rassegnato ad un’uscita di scena quanto più indolore  possibile, ha approfittato della mano tesa del segretario Pd a sedersi al tavolo delle riforme da interlocutore privilegiato e si è subito messo a disposizione. Potersi appuntare una medaglia al petto a futura memoria gli è sembrato, prima ancora che un atto politico di rilevante importanza, anche una sorta di cortesia dovuta ad un “padre nobile” della Repubblica quale lui sente di essere. Ha pure realizzato che, dopo lo sdoganamento arrivato dagli avversari e dal Quirinale via Renzi, i magistrati non molleranno la presa finché non si farà da parte. L’apertura del processo Ruby-ter è arrivato come una mazzata a ricordargli che ha ancora troppi conti aperti con la Giustizia e che non è il caso di gongolare sugli allori di una presunta ritrovata centralità politica-istituzionale. “E’ un pregiudicato”, e tale resta. Altro che statista. Comunque sia, Mediaset e Mediolanum volano in Borsa, che è la cosa in fondo che più gli sta a cuore. Per il resto “ci penserà Matteo”, il sindaco è la sua ultima scommessa. Sarà lui a far tramontare senza clamorosi sconquassi la propria stella, il suo “vero erede”. Dunque, “forza Renzi”. Il quale ha ribadito a tutti, questa volta con il sostegno di Napolitano che, o si fa la legge nuova, oppure si va a votare con quella imposta dalla Consulta. Un proporzionale puro da prima Repubblica che non dispiacerebbe a molti, da Grillo a Berlusconi, ai piccoli partiti e all’interno dello stesso Pd. Un po’ meno, forse, a gran parte dei cittadini. Ma tant’è. In tale eventualità il segretario sarebbe l’unico a trarne vantaggio, al fine della sua ascesa al potere, potendo fare perno sulla evidenza dell’impedimento ricevuto dalla vecchia oligarchia politica a dare vita al processo riformatore messo in campo. Per lui significherebbe chiudere i conti con la minoranza interna post-comunista del suo partito e gestire da leader incontrastato la selezione per la composizione delle liste elettorali a prescindere dalla pantomima delle primarie. Oltre ad apparire agli occhi soprattutto dell’elettorato moderato e astensionista, dopo la “purga delle ultime scorie bolsceviche” , come il nuovo cavallo su cui puntare, l’ultima speranza. Agli italiani d’altronde non è mai mancata la propensione alla fascinazione per “l’uomo della provvidenza” cui delegare la responsabilità del proprio destino. Dunque, capo di un rinnovato partito Stato, il “partito mamma”. Di tutti gli italiani. Insomma, la cara, vecchia Dc, ma 2.0 per l’avvio della terza Repubblica. E chest’ è.

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