Caldoro, De Magistris e il passato che non passa

Doveva essere la stagione del riscatto, dopo i “disastri” della lunga parentesi di potere targata Antonio Bassolino, si è dimostrata  un’occasione mancata che riconsegna Napoli e la Campania ai peggiori fasti amministrativi della prima Repubblica. Caldoro e De Magistris, che qualcuno si era spinto a definire entusiasticamente “i migliori figli della nostra Terra”, hanno fallito clamorosamente la loro missione. I “conti con il passato”, che era il must principale del compito affidatogli, si sono aggrovigliati in confuse equazioni che hanno prodotto macerie non meno ingombranti di quelle rinfacciate al proprio predecessore. Sul quale hanno continuato a scaricare fino all’ultimo le colpe dell’inconsistente azione politica di cui sono responsabili. La rivoluzione “scassatutto” del sindaco Arancione si è arenata di fronte alla complessità antropologica di una città che ne ha viste tante e sente il bisogno di normalità, che vuol dire concretezza nelle decisioni, servizi che funzionano, ordine, sicurezza e stimoli che scuotano l’economia per produrre ‘nuovo lavoro’. Niente di tutto questo si è visto finora. In compenso non è mancato il solito mantra autoassolutorio: “Bassolino e Iervolino ci hanno lasciato una situazione drammatica. Con le casse in dissesto abbiamo fatto il massimo”. Che vuol dire avere tolto i sacchetti della monnezza dalle strade del solo centro cittadino, avviato una raccolta differenziata approssimativa per via della “scarsità di risorse economiche”, un piano traffico caratterizzato da contestatissime Ztl, un’immaginaria pista ciclabile “più lunga d’Europa” e dulcis in fundo il lungomare liberato, destinato nelle intenzioni del sindaco a rappresentare la firma a futura memoria della sua amministrazione. Sorvoliamo per amor di Patria sulle cose che non vanno, l’elenco sarebbe lungo ed è ampiamente sotto gli occhi di tutti, basta per tutte ricordare l’ultima uscita sull’affaire Teatro San Carlo. Una follia da ridere se non fosse che rischia di affondare definitivamente l’ente lirico e le sue maestranze, in nome delle quali ha giustificato la decisione di non aderire (unico Massimo italiano) all’iniziativa del governo “Valore Cultura” provocando le dimissioni di tutto il cda della Fondazione. Insomma, sembra in confusione, qualcuno lo fermi. Caldoro, l’altro campione della “svolta”, non ha mancato di lasciare il segno, a sua volta, sulla martoriata regione di cui dal 2010 è governatore. Più scaltro e politicamente esperto del ‘compagno d’avventura’ partenopeo è riuscito in un’opera di galleggiamento ammirevole che non ha però lenito gli effetti fallimentari della propria azione amministrativa. Al grido di “risanamento finanziario a tutti i costi”, obiettivo in parte centrato se non altro sul fronte della Sanità pubblica, la Campania si è andata via via avvitando in una spirale di profonda recessione che ha pesato in termini di competitività e sviluppo economico: Pil in picchiata, incapacità di spesa delle risorse Ue – pur se con qualche lieve sporadico sussulto -, crollo dei servizi. In primis quello dei trasporti su ferro, gomma e via mare. Defaillance, anche in questo caso, attribuite ai “mostri” che hanno gestito Palazzo Santa Lucia prima dell’avvento del centrodestra al timone del governo regionale. “Abbiamo i conti in ordine, siamo la Regione che ha fatto di più e meglio in termini di spending review e taglio ai costi della politica” continua a ripetere Caldoro ad ogni occasione, basando su questo la speranza, non dichiarata, di una ricandidatura ad un nuovo mandato, oltre a  puntare sul fatto di rappresentare una “certezza di affidabilità” nel panorama abbastanza disastrato del centrodestra locale. Vedremo. Intanto, a noi inermi protagonisti della commedia, nell’attesa del nostro Godot, non resta che la beffa di rimpiangere il passato. Che non passa.

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