Gli azzeccagarbugli del Cavaliere e gli italiani risentiti

Vatti a fidare. Fior di avvocati pagati profumatamente, alcuni addirittura fatti eleggere in parlamento, che gli hanno confezionato una batteria di leggi ad personam risparmiandogli finora la galera e, molto probabilmente, evitato la rovina del suo impero economico, sono venuti meno sul più bello per un peccato di sufficienza, superficialità. Se non di dilettantismo si è trattato, difficile anche lontanamente pensarlo, non può che essere stato un vero e proprio delirio di onnipotenza. Non aver previsto di inserire un cavillo che rendesse inequivocabile l’irretroattività della legge Severino e salvasse il seggio di Senatore al Cavaliere nell’eventualità di una sentenza avversa della Cassazione sul processo Mediaset, è stato un errore imperdonabile. Ghedini, Longo e il “luminare del foro” Coppi, erano evidentemente tanto sicuri della vittoria davanti alla suprema corte da non considerare la necessità di blindare il dispositivo con una norma ad hoc che li preservasse da qualsiasi sorpresa. Una sicumera trasferita al loro ‘cliente’ e al resto della compagnia tanto da far dichiarare, ad un esultante Angelino Alfano ad approvazione del provvedimento avvenuta, a chi gli faceva notare che Berlusconi rischiava: “Berlusconi è innocente, non corre alcun rischio”. Certo, a parziale scusante, c’è da considerare la fretta con la quale si arrivò al sì sul pacchetto anticorruzione, con le elezioni alle porte e la necessità di fare un po’ di piazza pulita nelle liste per cercare di recuperare almeno una minima parvenza dell’antica ‘verginità’ perduta.  Nessuno pensò alle conseguenze che avrebbe potuto provocare al Presidente il quale, va detto, ha più di una pendenza in sospeso con la giustizia italiana e, se pure dovesse scamparla anche questa volta per il rotto della cuffia, sembra comunque destinato inevitabilmente a pagare il conto. E il problema per lui è proprio questo. Vale a dire, un’uscita di scena quanto più indolore possibile. L’onore delle armi che non gli faccia perdere la faccia davanti a mezzo mondo e le dovute assicurazioni sul futuro delle sue aziende. Diciamo la verità, sarebbe il minimo per un signore che per un ventennio è stato il dominus incontrastato della politica e del governo del Paese, tanto da incidere in profondità nella connotazione antropologica del popolo italiano. Ma si sa, a proposito di antropologia, quale riprovevole attitudine è diffusa tra le genti italiche quando arriva il momento di doversi liberare dall’ossessione del suo ‘ultimo uomo’ della provvidenza, quello osannato fino al giorno prima. Vederlo penzolare a testa in giù e disporre del suo corpo per lo scempio e appagare così l’intimo risentimento, specchio della propria mediocrità.

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