Ilva, le ipocrisie di un Paese immobile

Conti bancari bloccati, tutti a casa. Decisione forte e senza ripensamenti quella della famiglia Riva che ha chiuso tutte le attività che gravitano intorno all’Ilva d Taranto, mettendo in libertà 1400 addetti, dopo il sequestro di circa un miliardo di beni personali così come previsto dal decreto firmato dal gip della Procura tarantina, Patrizia Todisco alla ricerca degli otto miliardi distratti, dai big dell’acciaio italiani, ai lavori di adeguamento dell’impianto alle normative di sicurezza ambientale .  “Non possiamo più operare e proseguire la normale attività”, hanno fato sapere i Riva, giustificando così la serrata. Un “ricatto, una decisione che porta la sola responsabilità di chi l’ha assunta” hanno replicato piccati i magistrati, mentre la politica, i sindacati, spiazzati come sempre dalla loro atavica insipienza, non hanno potuto far altro che registrare il nuovo dramma occupazionale e tirare per la giacca il Governo. Il quale metterà mano al portafoglio, come al solito, con qualche ammortizzatore sociale e poi si vedrà. Insomma, niente di nuovo. Nessuna responsabilità, tutti più o meno assolti, trincerati ognuno dietro le proprie ipocrisie a perpetrare l’immobilismo cui sembra condannato il Paese. Sono almeno cent’anni che va avanti questa storia. La grande industria nelle mani di qualche decina di famiglie, che assicurano posti di lavoro e pace sociale, in cambio di favori, laisser-faire e poltrone in prima fila al grande tavolo della spartizione del potere. Un capitalismo autarchico che in tempi di globalizzazione non funziona più, così come non funziona più il sistema politico-istituzionale che ha fatto da spalla nella commedia.  Un esempio emblematico, a questo proposito, è quello della Fiat che, dopo avere goduto nella sua lunga storia  industriale dei più disparati aiuti da parte dello Stato italiano, ha salutato tutti ed è emigrata in America senza neanche un “grazie”. E c’è poco da strillare la nostra indignazione a fronte dei freddi numeri dei bilanci aziendali e alle rimostranze contro relazioni sindacali ferme al secolo scorso, fisco asfissiante e burocrazia ‘sovietica’.  Per non parlare di giustizia, infrastrutture, servizi e tutto ciò che serve a farci restare nel novero ristretto dei paesi dell’occidente più avanzato. I Riva, dunque, non fanno eccezione. Dopo essersi assicurati nel 2008  il controllo quasi totale della produzione di acciaio italiano, a fronte di un cospicuo investimento (120 milioni) nell’operazione di ‘salvataggio’ dell’Alitalia diventandone il primo azionista, hanno portato avanti i loro affari senza dare seguito agli obblighi in materia ambientale in quel di Taranto, fidando sulla condiscendenza di quanti nel frattempo si sono succeduti al governo, assicurando, appunto, piena occupazione e zero conflitti sociali nelle aree presidiate dalle proprie aziende. A far saltare l’insano(?) equilibrio ci ha pensato, come abbiamo visto, la magistratura che, ancora una volta, si è sostituita in maniera devastante alla politica assestando un altro colpo alla sua già scarsa affidabilità. Adesso è un bel dire che i Riva sono sciacalli e che la loro iniziativa è un ricatto. Resta il fatto che qualcuno avrebbe dovuto impedire tutto questo e che non c’è altro da fare per ora che mungere l’ormai rinsecchita mammella della ‘lupa romana’.

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La Giunta rallenta, la trattativa Quirinale-Berlusconi ha bisogno ancora di un po’ di tempo

Senza fretta. La decisione non dichiarata di prendere tempo per tenere in vita il Governo Letta e trovare una via di uscita onorevole a Berlusconi, sta facendo il suo corso nella giunta del Senato. Il Cavaliere, come raccontavano le cronache questa mattina, sarebbe anche disposto a fare un passo indietro e dimettersi mettendo fine alla querelle e alle minacce di aprire la crisi, ma a certe condizioni. Che, non è difficile immaginare, riguardino l’agibilità politica, vale a dire non essere sbattuto in galera da una delle numerose Procure che si stanno interessando alle inchieste e ai processi a suo carico, la certezza di tenere al riparo le proprie aziende dall’aggressione dei nemici, tanti, protagonisti del mondo economico-finanziario locale e internazionale che “brigano da sempre” per vederlo morto. La posta è alta, “la trattativa – sussurrano da Arcore – è in pieno svolgimento, le prossime ore potrebbero essere decisive”. Sarebbe direttamente coinvolto il Quirinale, vero regista dell’operazione e ispiratore della strategia dilatoria che ha preso piede nell’organismo istituzionale di Palazzo Madama. Dove i Senatori hanno preso a litigare, dopo l’intesa raggiunta ieri sulla procedura da seguire per la decadenza del Cavaliere, sul calendario dei lavori che dovrebbe seguire la giunta. Domani il presidente Stefàno, in apertura di seduta, proverà a proporre una mediazione, a dividere i contendenti in definitiva è solo un giorno, ma tanto è bastato per bloccare tutto e rimandare la questione. “L’intenzione di tutti è quella comunque di votare entro la prossima settimana – ha sottolineato Stefàno – pertanto penso che ad un’intesa si possa ancora arrivare”. Ovviamente si tratta solo, in questo step, di arrivare ad una conclusione sulla proposta del relatore Augello di confermare la convalida di Berlusconi. Dopodichè, visto che è sicura la bocciatura, la palla passerà ad un altro relatore, scelto dalla maggioranza, che a sua volta predisporrà il documento di decadenza sul quale infine si esprimerà la Giunta. Non è chiaro quanti giorni passeranno, dipenderà dalla piega che prenderà la trattativa di cui sopra e, in ogni caso, l’ultima parola spetterà all’Aula, sempre che si arrivi prima del 19 ottobre, data stabilita dalla Procura di Milano per emettere il verdetto di revisione della interdizione dai pubblici uffici del tycoon, come stabilito dalla Cassazione. Che rappresenterà il gong finale e senza appello della partita. Ma probabilmente non ce ne sarà bisogno se tutto procederà senza intoppi per buona pace dei falchi che, sia nel Pdl che nel Pd, non aspettano altro di buttare le mani e andare a nuove elezioni prima della fine dell’anno. Berlusconi sul piatto ha posto le sue dimissioni e il sostegno illimitato al Governo, in cambio chiede la commutazione della pena, da parte di Napolitano, in sanzione pecunaria e l’immunità contro l’azione delle Procure nelle vicende giudiziarie che lo riguardano. Ed è proprio su questo punto, rivelano fonti vicine all’ex premier, che si è inceppata la discussione con il Colle, fermo ad assicurare la massima autonomia alla magistratura. A meno che il Cavaliere non decida di uscire definitivamente di scena dalla politica attiva, decidendo di recitare al massimo la parte del padre nobile del centrodestra italiano e dedicarsi ai suoi affari, potendo sfruttare tra l’altro le relazioni internazionali e il prestigio di avere segnato un’epoca importante nella storia di uno dei principali paesi del mondo occidentale. In tal caso “se ne potrebbe parlare”. Staremo a vedere.

Gli azzeccagarbugli del Cavaliere e gli italiani risentiti

Vatti a fidare. Fior di avvocati pagati profumatamente, alcuni addirittura fatti eleggere in parlamento, che gli hanno confezionato una batteria di leggi ad personam risparmiandogli finora la galera e, molto probabilmente, evitato la rovina del suo impero economico, sono venuti meno sul più bello per un peccato di sufficienza, superficialità. Se non di dilettantismo si è trattato, difficile anche lontanamente pensarlo, non può che essere stato un vero e proprio delirio di onnipotenza. Non aver previsto di inserire un cavillo che rendesse inequivocabile l’irretroattività della legge Severino e salvasse il seggio di Senatore al Cavaliere nell’eventualità di una sentenza avversa della Cassazione sul processo Mediaset, è stato un errore imperdonabile. Ghedini, Longo e il “luminare del foro” Coppi, erano evidentemente tanto sicuri della vittoria davanti alla suprema corte da non considerare la necessità di blindare il dispositivo con una norma ad hoc che li preservasse da qualsiasi sorpresa. Una sicumera trasferita al loro ‘cliente’ e al resto della compagnia tanto da far dichiarare, ad un esultante Angelino Alfano ad approvazione del provvedimento avvenuta, a chi gli faceva notare che Berlusconi rischiava: “Berlusconi è innocente, non corre alcun rischio”. Certo, a parziale scusante, c’è da considerare la fretta con la quale si arrivò al sì sul pacchetto anticorruzione, con le elezioni alle porte e la necessità di fare un po’ di piazza pulita nelle liste per cercare di recuperare almeno una minima parvenza dell’antica ‘verginità’ perduta.  Nessuno pensò alle conseguenze che avrebbe potuto provocare al Presidente il quale, va detto, ha più di una pendenza in sospeso con la giustizia italiana e, se pure dovesse scamparla anche questa volta per il rotto della cuffia, sembra comunque destinato inevitabilmente a pagare il conto. E il problema per lui è proprio questo. Vale a dire, un’uscita di scena quanto più indolore possibile. L’onore delle armi che non gli faccia perdere la faccia davanti a mezzo mondo e le dovute assicurazioni sul futuro delle sue aziende. Diciamo la verità, sarebbe il minimo per un signore che per un ventennio è stato il dominus incontrastato della politica e del governo del Paese, tanto da incidere in profondità nella connotazione antropologica del popolo italiano. Ma si sa, a proposito di antropologia, quale riprovevole attitudine è diffusa tra le genti italiche quando arriva il momento di doversi liberare dall’ossessione del suo ‘ultimo uomo’ della provvidenza, quello osannato fino al giorno prima. Vederlo penzolare a testa in giù e disporre del suo corpo per lo scempio e appagare così l’intimo risentimento, specchio della propria mediocrità.