Pd, non si torna indietro

“Nessuno può tornare indietro  e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale”. Non ricordo dove ho letto questa frase né tanto meno chi l’ha pronunciata e quando, so soltanto che si attaglia perfettamente allo psicodramma che sta vivendo il Partito democratico in questa seconda parte di 2013 appena iniziato. Non può tornare indietro, come nessuno d’altronde. Più di un lustro non è passato invano dal giorno della sua nascita, la barca è ormai in mare aperto e l’unico esito di un tentativo del genere significherebbe la morte non solo dell’ambizioso progetto politico, ma di tutti i marinai che si dimenano sulla scialuppa. Non resta altro da fare che andare avanti cercando una rotta che conduca a un porto sicuro dove approdare e scegliere il finale. Nel senso che, ognuno dei marnai in questione, una volta in salvo decida cosa fare del proprio futuro: togliere il disturbo, imbarcarsi in un’altra avventura magari più vicina alle proprie radicate convinzioni, oppure proseguire nel tentativo di costruire un soggetto  politico nuovo autenticamente riformista della sinistra italiana. Che  poi era l’ambizioso obiettivo, la prerogativa fondante, della fusione tra la tradizione del cattolicesimo sociale popolare e quella comunista professato all’origine della navigazione. Soltanto che, una volta issate le ancore, il natante ben presto ha scontato, rischiando sempre più frequentemente di affondare, il fatto di essere partito zavorrato. Appesantito da un vizio di origine destinato a dettare scelte, decisioni, comportamenti e fallimenti continui che lo hanno relegato nell’inconsistenza programmatica e di visione prospettica. In pratica, la necessità di mettere insieme i cocci di due partiti e culture politiche spazzate via dallo tsunami Tangentopoli, dalla montante orda barbarica leghista e, soprattutto, dalla straordinaria discesa in campo di Silvio Berlusconi. Il tycoon capace di cambiare per sempre, comunque lo si giudichi come persona, i paradigmi della politica italiana spiazzando la sinistra (catto-comunista), in crisi già da almeno un decennio, incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Per lo più il popolo cosiddetto progressista ha assistito, inerme, all’affannarsi dei marinai di cui sopra a cercare di salvare chiappe e poltrone in attesa della prossima mossa del Cavaliere. Una condizione decisamente deprimente, soprattutto quando si è trattato di comandare, sì perché è capitato anche questo nel corso degli ultimi venti anni di vita italiana all’insegna del berlusconismo, con i risultati sconfortanti che sappiamo. Insomma, un amalgama senza convinzione e indotto da venali ragioni personali, non poteva che partorire un aborto destinato a finire tra i rifiuti speciali. E il problema è che non si intravedono sostanziali progressi, il clima interno resta teso fra le innumerevoli fazioni del partito pronte a scatenare la guerra totale in vista del congresso che sancirà, comunque vada, la fine di un “sogno” diventato un incubo.

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