Processo Mediaset, Berlusconi ‘sereno’: comunque vada sarà un successo

Il verdetto non arriverà oggi ma, con ogni probabilità, domani o al massimo giovedì mattina, e comunque vada sarà un successo. Il Cavaliere è in una botte di ferro. Qualsiasi sarà la decisione dei giudici della suprema corte, ne uscirà vincitore e continuerà a tenere in mano il pallino del gioco, obbligando tutti come sempre a stargli dietro. Anche nel caso dovesse essergli confermata la condanna e l’interdizione ai pubblici uffici. Cosa volete che gliene importi ad un uomo di 78 anni padrone di un impero finanziario e soprattutto di un partito personale di cui vuole sbarazzarsi per dare vita ad un’altra formazione da combattimento liberata dai fronzoli ‘politichesi’, dall’essere in prima persona esposto nell’agone. Resterà padrone a prescindere, potendo inoltre interpretare la parte in commedia che gli riesce meglio, del perseguitato, dell’uomo solo contro tutti. Vittima dell’invidia e della ferocia comunista che lo vuole morto. Dedicarsi ai suoi affari potendo continuare a condizionare la vita politica italiana, non sarebbe poi una cattiva condizione. Certo, resterebbe la macchia della condanna penale, ma è l’ultimo dei problemi per uno che è padrone di giornali e televisioni con i quali ha cambiato in un trentennio l’antropologia del Paese. Non parliamo poi se i giudici dovessero optare per una soluzione soft, costretti dalle pressioni mediatiche a una riflessione anche extragiudiziara della vicenda, accogliendo in maniera parziale il ricorso della difesa con rinvio in Appello per un nuovo esame. La frode fiscale del 2002, infatti, si prescriverebbe subito, quella del 2003 a settembre 2014. Non solo: se nel nuovo processo di Appello la pena venisse rideterminata sotto i tre anni, allora sarebbe esclusa l’interdizione dai pubblici uffici. Meglio di così solo un’assoluzione completa, il terzo dei possibili verdetti attesi dalla Cassazione, potrebbe far gridare al “Bingo”. E’ comunque chiaro in questo scenario che, qualunque sarà l’esito, il governo guidato da Letta non subirà nessuna delegittimazione, almeno da parte sua. Spetterà al Pd, che per questo è già in crisi di panico, eventualmente staccare la spina. Per ora è troppo importante per l’ex premier non rompere gli equilibri istituzionali che tanto bene stanno facendo alle sue aziende. Mediaset vola in borsa dal giorno dell’insediamento dell’esecutivo e a spingere il titolo del Biscione in questi giorni, anche la pace siglata con Rupert Murdoch, ottenuta grazie al suo impegno personale nella trattativa sul nuovo canale Fox sport che gestiranno insieme in Italia. Era da tempo che non si vedeva una performance della holding a livelli così alti di redditività per la sua famiglia e i propri azionisti. Ai fedelissimi che lo hanno sentito in queste ore ha ribadito la linea della responsabilità: niente colpi di testa. Le minacce lanciate in questi giorni dai cosiddetti “falchi” del partito, dunque, lasciano il tempo che trovano, sono servite a far rumore e spaventare l’opinione pubblica con tutto quello che ne consegue. Fra qualche giorno, c’è da giurare, si suonerà un’altra musica.

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Pd, non si torna indietro

“Nessuno può tornare indietro  e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale”. Non ricordo dove ho letto questa frase né tanto meno chi l’ha pronunciata e quando, so soltanto che si attaglia perfettamente allo psicodramma che sta vivendo il Partito democratico in questa seconda parte di 2013 appena iniziato. Non può tornare indietro, come nessuno d’altronde. Più di un lustro non è passato invano dal giorno della sua nascita, la barca è ormai in mare aperto e l’unico esito di un tentativo del genere significherebbe la morte non solo dell’ambizioso progetto politico, ma di tutti i marinai che si dimenano sulla scialuppa. Non resta altro da fare che andare avanti cercando una rotta che conduca a un porto sicuro dove approdare e scegliere il finale. Nel senso che, ognuno dei marnai in questione, una volta in salvo decida cosa fare del proprio futuro: togliere il disturbo, imbarcarsi in un’altra avventura magari più vicina alle proprie radicate convinzioni, oppure proseguire nel tentativo di costruire un soggetto  politico nuovo autenticamente riformista della sinistra italiana. Che  poi era l’ambizioso obiettivo, la prerogativa fondante, della fusione tra la tradizione del cattolicesimo sociale popolare e quella comunista professato all’origine della navigazione. Soltanto che, una volta issate le ancore, il natante ben presto ha scontato, rischiando sempre più frequentemente di affondare, il fatto di essere partito zavorrato. Appesantito da un vizio di origine destinato a dettare scelte, decisioni, comportamenti e fallimenti continui che lo hanno relegato nell’inconsistenza programmatica e di visione prospettica. In pratica, la necessità di mettere insieme i cocci di due partiti e culture politiche spazzate via dallo tsunami Tangentopoli, dalla montante orda barbarica leghista e, soprattutto, dalla straordinaria discesa in campo di Silvio Berlusconi. Il tycoon capace di cambiare per sempre, comunque lo si giudichi come persona, i paradigmi della politica italiana spiazzando la sinistra (catto-comunista), in crisi già da almeno un decennio, incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Per lo più il popolo cosiddetto progressista ha assistito, inerme, all’affannarsi dei marinai di cui sopra a cercare di salvare chiappe e poltrone in attesa della prossima mossa del Cavaliere. Una condizione decisamente deprimente, soprattutto quando si è trattato di comandare, sì perché è capitato anche questo nel corso degli ultimi venti anni di vita italiana all’insegna del berlusconismo, con i risultati sconfortanti che sappiamo. Insomma, un amalgama senza convinzione e indotto da venali ragioni personali, non poteva che partorire un aborto destinato a finire tra i rifiuti speciali. E il problema è che non si intravedono sostanziali progressi, il clima interno resta teso fra le innumerevoli fazioni del partito pronte a scatenare la guerra totale in vista del congresso che sancirà, comunque vada, la fine di un “sogno” diventato un incubo.